Perché non andrò |alle commemorazioni - Live Sicilia

Perché non andrò |alle commemorazioni

E' amaro constatare, dopo settemila e trecento giorni, che “la stanza della verità”, come dice Antonio Ingroia, è ancora buia. Come si fa a sostenere il contrario?

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E’ un pessimo anniversario il ventesimo della carneficina di Via D’Amelio. Pure le solite parole, che cerchiamo in genere di cesellare, asciutte e senza fronzoli, per evitare l’umidità appiccicaticcia dell’anticiclone siculo della retorica, non vengono fuori. E’ amaro constatare, dopo settemila e trecento giorni, che “la stanza della verità”, come dice Antonio Ingroia, è ancora buia. Come si fa a sostenere il contrario? Ma la cosa è probabilmente ancora più complessa. Il problema è che se si continua ad occultare e a coprire, quando si accenderà la luce, se mai si spingerà quel pulsante, quella stanza potrebbe essere pure vuota, spoglia, deserta. Ma poi, ci chiediamo, è una sola la stanza da illuminare? Temiamo che sia sin troppo semplicistico immaginare un’unica chiave che possa aprire la toppa della stanza degli orrori. O, se volete, della più oscena delle normalità. Perché, insomma, queste complicità tra mafie e politica, abbiamo l’impressione che siano disseminate in vari luoghi, in tante memorie, in molteplici reticenze, in una miriade di occhi che hanno visto e si sono girati da un’altra parte. Di mani che potevano afferrare la presa e invece sono state tenute in tasca.

Per paura, per complicità, per connivenza, per indifferenza. Fate voi. Che importa. Sono un’infinità i file da aprire. E, più passa il tempo, meno sono le probabilità che questi forzieri dell’indicibile contengano qualcosa che possa davvero interessare i tribunali e la storia. Il risultato è che, oggi, se non vogliamo prenderci in giro e consolarci con i pannicelli caldi delle marce e delle fiaccolate, delle idee dei morti che camminano sulle nostre gambe, lo stato, che in questo caso non merita di essere scritto con la l’iniziale maiuscola, si mostra lacerato e diviso di fronte a una delle stazioni più cruente, il periodo stragista dell’inizio degli anni novanta in Sicilia e nel continente, della storia repubblicana.  Oggettivamente, se vogliamo andare all’osso della questione, e chi scrive deve sempre cercare di farlo, è un bel regalo ai poteri criminali. Qualsiasi cosa s’intenda con essi. E che certamente non coincidono del tutto con i macellai che fanno il lavoro sporco. Il migliore dei doni, non c’è dubbio alcuno. In effetti, quelle bombe del ’92 e del ’93, che si credeva avessero lacerato solo Cosa nostra, tanto era suicida un piano di quel tipo, vogliamo dire i motivi non semplicemente militari per cui si arrivò a tanto, hanno messo dentro il corpo delle istituzioni un veleno per il quale ogni antidoto non fa altro che peggiorare il male. Perché è sempre quello sbagliato, visto che la patologia non si riesce neanche a definire con certezza.

Tra ammiccamenti, accordi, trattative, papelli, disattenzioni, ritardi, processi costruiti sul nulla, memorie intermittenti e, forse, non sempre complete e veritiere, collaboratori di giustizia che riscrivono pezzi di storia, procure spaccate, palazzi dei veleni, non si sa più da che parte guardare. Sì, per carità, prima o dopo si arriverà a qualche pronunciamento giudiziario, che traccerà qualche labile solco. Ma difficilmente si perverrà ad una memoria condivisa, certa, univoca. Dove tutti, dal primo all’ultimo cittadino di questa Repubblica, possano orientarsi tra le nebbie delle imposture, vere o presunte, e respirare a pieni polmoni un po’ di aria pulita. Dopo vent’anni, se abbiamo l’onesta intellettuale di ammetterlo e non vogliamo nasconderci colpevolmente dietro le nostre fiaccole rassicuranti, questo consegniamo a chi nasceva allora. Alle nuove generazioni. Questo ci rimane tra le mani. Potremmo non dirla questa verità e metterci in coda nella nostra bella marcia. Io quest’anno, per la prima volta, non andrò. Non ne ho voglia.


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    La mia generazione ha vissuto quell’attentato a Falcone e poi a Borsellino con un atteggiamento che oggi, a mente fredda, posso definire articolato su tre livelli. C’e’ stato chi, ed erano in tanti, si e’ lasciato prendere dalla disperazione più amara e dal dolore più sincero. C’è stato chi, senza essere in malafede, ne ha sottovalutato la portata e l’importanza. C’è stato invece chi, nei bars o nei quartieri, ha esultato perché era morto l’ultimo “nemico” che aveva rotto la tranquillità di tanti criminali e/o frequentatori.
    Capisco l’amareZza di quanti, me compreso, dopo 20 anni, aspettiamo di conoscere la verità e quale Stato o pezzo di esso fu coinvolto nella strage. Ma una verità sicuramente la conosciamo: non e’ possibile sostenere che uno come Vittorio Mangano, sia un eroe come ebbe a dire il Signor Dell’Utri. Questa esternazione, piaccia o no, delimita il limite di confine tra chi e’ comunque colpevole di essere sicuramente in malafede. Viva Borsellino e Alcone, e Viva i magistrati che ogni giorno lottano la magia a rischio della propria vita.

    “Sei ancora quello della pietra e della fionda,
    uomo del mio tempo. …
    …T’ho visto: eri tu,
    con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
    senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
    come sempre, …”
    … E questo sangue odora come nel giorno
    Quando il fratello disse all’altro fratello:
    «Andiamo ai campi»”. (Quasimodo)
    Ecco perchè non ho mai preso parte a nessuna ricorrenza, anche se si dovrebbe.

    Caspita… Francesco Palazzo non andrà alle commemorazione. è questa la notizia del giorno…

    Arrivai tardi alla biblioteca comunale, e non potei seguire quell’intervento che è considerato il testamento pubblico di Borsellino.
    Sui volti dei tanti amici lì presenti, di color con cui condividevo la passione politica per quella Primavera di Palermo, lessi qualcosa di strano, di diverso, di dolore, di sgomento … capii che avevo, involontariamente e per cause fortuite, mancato un appuntamento col destino.
    Più in lá negli anni quell’intervento è stato più volte riproposto in tv e ho avuto modo di prenderne tardivamente visione.
    Da 18 anni mi tengo fuori da tutte queste beghe, per motivi miei, che qui non è il caso di spiegare.
    Però … l’anno scorso c’ero, all’incontro serale di antimafia duemila, e anche ieri sera ci sono andato.
    Dei vecchi volti della Primavera ho riconosciuto ovviamente soltanto quello di Orlando, scivolato via in sordina ben prima della fine della serata, e un ex consigliere comunale, credo oggi componente della Direzione Regionale di un partito …

    Non ho salutato nessuno dei due che ho riconosciuto, me ne sono stato in disparte, silente, ma presente.

    A volte, è vero, l’attesa logora, stanca, fa sentire inutile tutto, e anche qualcuno che delude aggrava queste sensazioni.
    Ma in questi momenti in cui ogni parola pede senso e valore, non dobbiamo essere assenti; una presenza muta, ma cosciente, è anche più importante dei discorsi.
    È la coscienza, silente, che pesa, non dice nulla ma pesa e rimorde; se non vogliamo esser presenti per parte politica, per senso civico, per omaggiare un uomo che è stato barbaramente trucidato con la sua scorta, almeno facciamo per noi e per la nosra coscienza, andiamo e stiamo presenti.
    Può sembrare poco o nulla, ma sarà un segnale fortissimo; il silenzio della presenza si fa sentire, la nostra assenza passerá inosservata.

    Mirko, se non era un normale cittadino, come me, ma un potente, a dirlo, forse sarebbe rimasto colpito. Credo che questa concezione capovolta della democrazia dovrebbe, quando ha tempo, farla riflettere. Perché forse è il migliore terreno di coltura dei buchi neri disseminati nella storia del nostro paese. Cordiali saluti.

    Io non sono d’accordo, Francesco. Non si va alle manifestazioni per forza con lo stesso spirito o con la stessa ipocrisia. Ci si va anche per contrastare, per fischiare, per lamentarsi, per urlare contro istituzioni con la I minuscola. Per me sarebbe come dire che io non vado al mare perché in spiaggia ci sono anche persone poco civili, o addirittura che non voglio vivere perché la vita è piena di gente stronza e indegna. No. La via D’Amelio è anche per quelli come te e per quelli come me. E io sto scendendo. A domani.

    Roberto e Karl, rispetto e comprendo i vostri punti di vista, ma io oggi, per i motivi che ho esposto, non me la sento. E poi Via D’Amelio è lì anche gli altri 364 giorni dell’anno.

    quest’anno ho deciso di partecipare. Lo stato non è mai stato una entità neutra e dentro di esso c’è una lotta quotidiana tra interessi diversi. Chi lavora in una qualsiasi articolazione dello stato, questo lo sà. Dopo il conflitto di attribuzione mi son detto quest’anno vado alla commemorazione.

    Io invece, da 19 anni (compresi i 3 anni di esilio lontano da Palermo) a questa parte, sono sempre andato in via D’Amelio. Non so di preciso perchè, forse ho sempre sentito il bisogno di andare, di esserci. Sono andato sempre e ho visto la via svuotarsi ogni anno di più: c’era sempre meno gente, sempre meno palermitani; ho sofferto, qualche anno fa, nel vedere i fratelli Borsellino mandarsi affan… ; ho sorriso come si sorride davanti a una farsa nel vedere il presidente della provincia di Palermo Avanti nel deporre la sua corona di fiori in quella via da solo nell’indifferenza generale dei pochi presenti… Mi sono commosso alle parole accorate di Don Ciotti, nel vedere una volta sola Agnese Borsellino e i figli di Paolo in via D’Amelio proprio in quel giorno… Sono sensazioni che tengo nel cassetto del mio cuore. Io quest’anno c’ero ancora… un po’ infastidito dall’integralismo talebano di certe agende rosse, dalla presenza vigliacca e provocatoria di La Russa e di Alfano arrivati quando c’era già buio mentre, guarda caso, sul palco Marco Travaglio dopo aver raccontato questi ultimi 20 anni, pubblicizzava IdV e il Fatto Quotidiano… Ho ballato, forse per reazione o per sfogo, sulle note di Daniele Silvestri: “VENCEREMOS ADELANTE! O VICTORIA O MUERTE!”

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