PALERMO – C’è un retroscena che va recuperato nelle indagini sui rai del pizzo. Al picciotto non parve vero di potere mostrare riverenza al boss. Nonostante la vigilanza di una guardia penitenziaria, si inchinò davanti al boss per il più classico dei baciamano. A raccontarlo, dieci anni fa, fu il boss Silvio Guererra, un tempo reggente della famiglia mafiosa di Partanna Mondello, quando divenne un collaboratore di giustizia.
A baciargli la mano era stato Bartolomeo Tommaso Genovese, allora ventinovenne, il cui nome torna di attualità nel blitz contro mandante ed esecutori degli attentati contro imprenditori e commercianti nel mandamento di San Lorenzo per convincerli a pagare il pizzo. Genovese non è stato raggiunto da alcun provvedimento cautelare, ma ha partecipato ad alcuni eventi significativi. Un semplice spettatore?
Nel 2016 era stato arrestato nel blitz denominato Apocalisse. Ecco cosa raccontava Guerrera: “Mi ha baciato la mano dentro il Pagliarelli… e se n’è accorto la guardia”. “Cioè?”, chiedeva incuriosito il pubblico ministero: “Perché quando io sono stato a Pagliarelli, in isolamento… lui è andato là… dopo un mese è venuto pure lui là… io sentendolo parlare avevo chiesto a qualcuno…. ma è Tommaso?… ero nel padiglione di isolamento io, poi lui è finito pure là perché ha avuto una lite all’aria… (Genovese era già detenuto per una tentata estorsione, ndr) e poi uscendo ha chiesto forse di potere salutare, mi ha conosciuto, e mi va a baciare la mano, c’era la guardia… io ero nella cella… sportellino chiuso…”.
Un gesto che, invece, di inorgoglire Guerrera, lo infastidì. I modi delle nuove leve non gli piacevano. Genovese “faceva parte di una squadra della Marinella (una borgata di Palermo, ndr) sotto la responsabilità di Ciaramitaro Gaetano (e di conseguenza mia), utilizzata per aggressioni e richieste estorsive”.
Ed ecco la critica: “… tutti loro sono superficiali… andavano all’eccesso. Cioè non hanno timore ad andare al bar, magari parlare, cose, non si frenano. Si allargavano… loro scendevano a Sferracavallo e già erano, si sentiva, perché erano protetti… dando io l’appoggio…”. Alla fine, Guerrera prese le distanze da quel mondo popolato di picciotti spregiudicati.
Ora il nome di Genovese torna di attualità. È lui il gestore della società “Nolo by car” di viale Regione Siciliana, dove i picciotti si radunavano per stabilire come mettere in atto gli ordini del detenuto Salvatore Verga. Il 30 maggio scorso ci fu un incontro nei locali del bar Chéri, allo Zen, che ha subito tre intimidazioni in pochi giorni.
Vi parteciparono i fratelli Manuel e Matteo Salamone, fra gli arrestati nel blitz dei carabinieri, Genovese e successivamente anche Alessandro Graffeo. I due fratelli discutevano di un ristoratore che “deve dare i soldi di quelli… non ce li deve dare i soldi a noi?”; “Mercoledì ora ci chiamo, martedì”.
Nella conversazione interveniva Genovese che chiedeva a quale imprenditore si stessero riferendo: “Chi è?”. E facevano il nome del ristoratore, uno di quelli che ha denunciato gli uomini del racket. Il nome del ristorante compare nel libro mastro del pizzo sequestrato nella cella di Verga con tanto di cifra: 5 mila euro.
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Un altro ristoratore ha raccontato che Giuseppe Pirrotta, pure lui fra gli arrestati, si presentò nel suo locale per chiedergli i soldi della messa a posto spiegò che dietro di lui c’era “I Salamone, Genovese e u Baruni”.
Le indagini sulla banda del kalashnikov vanno avanti. Mancano all’appello delle pedine della manovalanza che esegue i raid a pagamento. E mancano i nomi dei boss che hanno autorizzato l’attività mafiosa e para-terroristica di Salvatore Verga.




