Pnrr, Barca: "Senza una visione si penalizza il Sud" - Live Sicilia

Pnrr, Barca: “Senza una visione si penalizza il Sud”

L’ex Ministro giovedì e venerdì sarà in Sicilia per la presentazione del suo ultimo libro.
L'INTERVISTA
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PALERMO – Il combinato disposto della crisi pandemica e di quella economica ha aperto il vaso di Pandora e ha evidenziato come le diseguaglianze, in tutte le loro declinazioni, siano elementi costitutivi del mondo in cui viviamo. Ne è convinto Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità ed ex Ministro, che nel saggio “Diseguaglianze Conflitto Sviluppo: la pandemia, la sinistra e il partito che non c’è” riporta con forza il tema nell’asfittica agenda politica italiana. Barca non si limita a un’analisi dei fenomeni, ma avanza delle soluzioni. Un compito che i partiti sempre più ancillari nei confronti della tecnocrazia spesso non svolgono più. Dal Pnrr alla crisi dei partiti e della democrazia il mondo contemporaneo soffre in primo luogo dell’assenza di una spinta propulsiva, di una visione. Un problema che investe in pieno anche il Pd imbrigliato negli impolverati ingranaggi della cooptazione della classe dirigente. Di questi temi Barca parlerà in Sicilia dove è previsto un doppio appuntamento: giovedì 10 marzo alle 16:30 a Catania presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università e venerdì alle 18:00 a Palermo ai Cantieri Culturali Alla Zisa. 

Una domanda preliminare, e inevitabile, sul conflitto in Ucraina. Esiste, a suo avviso, un margine per ricomporre in termini di diplomazia. Che idea si è fatta del ruolo dell’Unione Europea? 

“Deve esistere prima di tutto per il popolo ucraino verso cui l’Unione Europea ha una responsabilità elevata di concorrere alla pace e alla fine di questa guerra. Deve esistere una strada diplomatica, di negoziazione”. 

Passiamo al testo. Nel libro pone al centro del dibattito il tema delle diseguaglianze in tutte le sue declinazioni.  Perché, secondo lei, l’argomento è stato espunto dal dibattito pubblico degli ultimi anni anche a sinistra?  

“Per lungo tempo ha dominato l’idea che fossero temporanee, che fosse un costo temporaneo perché l’innovazione quando avviene privilegia in prima battuta solo alcuni, poi la crescita arriva a tutti. Questa favola è stata narrata per anni finché ci si è resi conto che le diseguaglianze erano cresciute in una maniera talmente grave in termini di ricchezza, sapere e risorse che la parola è tornata ad imporsi”.  

Diseguaglianze strutturali insomma, legate a un sistema di produzione che va in una certa direzione probabilmente. 

“Una larghissima parte delle diseguaglianze deriva dalla concentrazione della conoscenza nelle mani delle grandi corporation digitali, della salute e della logistica ha raggiunto livelli inusitati nella storia. Il che vuol dire che questi soggetti hanno il potere di prendere le decisioni sul nostro futuro. Di questo finalmente inizia a esservi consapevolezza”. 

A proposito di salute. Davanti a uno scenario di crisi pandemica che si sposa con quella economica, secondo lei come si può uscirne da sinistra? Che ruolo può giocare il Pnrr? 

“Più ancora che a sinistra se ne esce in modo giusto se si accoglie la lezione che le energie fondamentali devono essere prodotte in modo pubblico e non da corporation private. I lettori abbiano presente che produrre una dose di vaccino Pfizer costa mediamente un dollaro ed è venduta a circa 16 dollari: questo è inammissibile. Mai più così, bisogna fare come avviene con l’influenza: il vaccino lo producono le grandi imprese, ma attuando una soluzione sviluppata dai centri di ricerca pubblici e accessibile a tutti. Inoltre la pandemia ha reso più evidenti diseguaglianze già esistenti da cui l’Europa ne ha tratto la sveglia come dimostra il NextGenerationEU. L’Europa ha capito che doveva investire nel futuro. Non possiamo permetterci di fallire anche se il Pnrr non è ben disegnato”.  

Quali sono i limiti? 

“Non intercetta le aspirazioni e i bisogni delle persone. E’ stato costruito senza ascolto, non ha anima. Non siamo, come dire, eccitati: non abbiamo la visione di un nuovo Paese. Si è tradotto in tanti flussi di denaro. Inoltre, la qualità di un piano dipende dalla qualità dell’amministrazione che lo applica. Le amministrazioni in Italia sono deboli, lo si è riconosciuto. Lo hanno fatto gli ultimi due governi, soprattutto l’ultimo, ma i provvedimenti presi sono inadeguati: il rischio è che le amministrazioni più deboli, specie nel Sud e nelle aree interne e rurali, non abbiano la forza di realizzarle con il rischio che i fondi arrivino soltanto nelle aree più forti acuendo le diseguaglianze. Come è avvenuto nel caso specifico dei bandi per gli asili”.   

A proposito del governo Draghi, questa esperienza rischia di marginare ulteriormente il ruolo dei partiti? 

“Se i partiti sono così fessi da farsi marginalizzare, sì. Il governo Draghi ha portato all’estremo limite la sostituzione della tecnica alla politica. Estremo perché, in questo caso, il governo non ha attuato una strategia affidatagli dai partiti, come fu nel Governo Monti, ma gli è stato dato il mandato a costruirla. Oltre questo c’è la rinuncia da parte della politica che presenta un problema: la democrazia elettiva avrà mille difetti ma è la cosa migliore che ci siamo inventati. La democrazia funziona se i partiti rappresentano i nostri bisogni in maniera giudicabile. Se rinunciano a svolgere questo compito c’è una lesione gravissima della democrazia e la strada per il cambiamento è sbarrata”.  

A proposito dei partiti che sembrano svolgere una funzione ancillare nei confronti della tecnocrazia. Nel suo libro si parla “del partito che non c’è”. Esiste però un partito che in tanti hanno provato a riformare: il Pd. Considerando che ne ha fatto parte, le chiedo: il Pd è irriformabile?  

“L’insuccesso del tentativo che facemmo in tanti di riformare l’organizzazione del PD con il progetto ‘Luoghi ideali’ fu dovuto a un fatto semplice: la proposta di tramutare le organizzazioni territoriali in palestre di formazione di classe dirigente minacciava il meccanismo di cooptazione che domina in quel partito. Il Pd è riformabile soltanto se rinuncia al meccanismo della cooptazione e si apre al rinnovamento della classe dirigente”.  

Come valuta l’esperienza delle Agorà messe in piedi da Enrico Letta per provare a dare una scossa almeno in termini di partecipazione? 

“Le Agorà sono uno strumento apprezzabile e potenzialmente dirompente perché porta dentro il Pd le proposte della società civile, delle organizzazioni e degli esperti. Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha partecipato e condotto due Agorà (e ne ha altre due in cantiere): una sulla proposta di eredità universale e una sugli strumenti per rendere più facile l’accesso alla conoscenza. Sono state due esperienze decisamente positive alla presenza del segretario del Pd che ha dato segnali di forte apertura. Se alla fine di questo processo in primavera il Pd si lascerà penetrare dalle proposte che arrivano dal mondo esterno sarà interessante e potrebbero aprirsi nuovi scenari”. 

Veniamo alla Sicilia. A novembre si vota e il centrosinistra sembra impantanato: c’è incertezza sul perimetro della coalizione, sul candidato e soprattutto sul programma. Secondo lei come si costruisce l’alternativa alle destre? Se dovesse dare un suggerimento alla classe dirigente siciliano cosa direbbe? 

“Un discorso che vale anche per le altre regioni ed è connesso al punto precedente. Gli ingredienti sono due: cimentarsi non sui nomi, ma sulla visione della Sicilia del 2050. Visione vuol dire un’immagine e di come arrivarci. Secondo, una volta fatto questo, la competizione tra le persone diventa una competizione tra chi è più credibile, sostenitore di uno scenario più affascinante e convincente. Bisogna cambiare radicalmente la grammatica del conflitto, del confronto tra chi è candidato nel centrosinistra. Ma la grammatica deve riguardare la visione del futuro, a quel punto possono irrompere nel partito pezzi di classe dirigente interessante espressa sia dalla cittadinanza attiva sia dal mondo degli amministratori locali dove in tutto il Paese ci sono le figure più interessanti soprattutto di donne, ma anche di uomini, che stanno venendo su”.  


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Commenti

    A noi palermitani ci è bastata la visione del nostro sindaco!

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