Quarto raid al Policlinico |Armadietti dei medici scassinati

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Commenti

    Ma dai. Sparategli !!!!

    Non è concepibile una cosa del genere, chi dirige deve prendere provvedimenti, già che un sanitario non ha la serenità per lo stress che in queste settimane sta accumulando e poi deve avere lo stress per il fatto che non trova nulla nel suo armadietto.

    Leggendo l’articolo viene facile pensare “Palermo che schifo di cittá” ma non é cosí perché Palermo é una cittá fantastica, fanno schifo solo determintate persono che ci vivono, gente incivile e ignorante, strafottenti ed arroganti che compiono questi atti ignobili en un momento di estrema difficoltá, a loro che vergognano tutti i palermitani perbene e che sono tanti dico FATE SCHIFO!!

    Forse mi sbaglierò…ma mi sorge un cattivo pensiero…è se ci fosse una manina all’interno ? Perchè non blindare gli spogliatoi e rafforzare la vigilanza ?

    Nel prossimo appalto obbligate a chi mette le macchinette di installare telecamere in prossimità delle stesse visto che sono sempre oggetto di vandalismo. Per quanto riguarda gli spogliatoi installate porte di ferro con allarmi sonori e video sorveglianza davanti alla porta, collegati con la centrale di sicurezza (se esiste).
    La sicurezza ha un costo, deve essere garantita a tutti i lavoratori, ma anche agli utenti che necessitano di accedervi per motivi di salute o per necessità.

    Quando la dirigenza pensa si prendere le dovute precauzioni ?
    Mettete 4 telecamere e fate arrestate sta gentaglia

    Ma è mai possibile che non si sia posto rimedio a questa nefandezza fin dalla prima volta che si è verificata??? E’ VERGOGNOSO!!! Compiere certi gesti è sempre ignobile, ma farlo contro chi per ora lotta per la vita altrui a rischio della propria è da pezzi di m….. e basta!!! Auguro a questi escrementi umani tutto il male possibile.

    I gravissimi episodi pubblicizzati in questo giornale, impongono una verifica seria e scrupolosa delle modalita’ di vigilanza diurna e notturna di questo ente.
    La custodia e la tutela di un ente pubblico, e’ un obbligo di servizio della Direzione dell’Ente e di chi vi opera a vario titolo.
    Sulla integrita’ di questo ente che invia buste paga e certificazioni di redditi presso il domicilio del sottoscritto senza timbrature e pur non essendo dipendente dell’ente, tanto e’ vero che non possiedo il badge rilasciato dall’ente, nutro qualche perplessita’.
    Da tempo accadono episodi che fanno emergere l’esigenza di una revisione delle modalita’ di vigilanza dell’ente, ma stranamente si continua imperterriti ad operare mettendo a rischio l’incolumita’ di chi vi opera e dei pazienti.

    Chi commette queste nefandezze è senza una molecola di dignità, zero! Ma poi per 4 volte! Che città persa!

    hanno fatto male a dare pubblicità al fatto, tenuto conte che gli episodi si sono susseguiti praticamente senza soluzione di continuità e, certamente, ad opera degli stessi soggetti. Avrebbero dovuto predisporre a sorpresa una “trappola” e coglierli in flagrante questi delinquenti. Mi chiedo, è mai possibile che le Forze dell’Ordine non riescano a predisporre un’operazione notturna, assai semplice ed efficace.

    Considerato il particolare momento, quanto accaduto non può venire considerato episodio di microcriminalità. Il Personale medico e sanitario va tutelato a tutti i costi, soprattutto per un caso come questo in cui in maniera reiterata è vittima di episodi criminali, abietti e ributtanti.

    Scommetto quello che volete che entro 3 giorni arrestano i ladri.

    A questo punto la colpa è del policlinico!!!!!!!!!

Gli ultimi commenti su LiveSicilia

Cosa vorrei per la mia Sicilia Alla fine di questa inchiesta, dopo avere letto tante voci diverse e riflettuto sui problemi, sulle proposte e sulle speranze che sono emerse, vorrei provare a dire, semplicemente, cosa vorrei per la mia Sicilia. Vorrei, prima di tutto, che i problemi della Sicilia smettessero di essere considerati un destino. Acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ambiente, lavoro, formazione, ricerca, giovani che partono: ormai li conosciamo. L’indagine ha avuto il grande merito di farli emergere con chiarezza attraverso voci politiche, sociali e civili molto diverse. Poche le donne! Vorrei allora qualcosa di semplice: che si cominciasse dai bisogni reali e si costruisse intorno a essi una programmazione condivisa, trasparente e misurabile. Vorrei una politica capace di indicare pochi obiettivi concreti, dichiarare tempi e risorse, misurare i risultati e comunicarli continuamente ai cittadini. Non cinque anni di potere, ma cinque anni effettivi di lavoro per governare. Senza semestri o anni bianchi dedicati alla propria rielezione. Le buone politiche devono durare più delle persone che le hanno realizzate. Vorrei che destra e sinistra continuassero naturalmente a confrontarsi sulle soluzioni, ma che alcuni grandi problemi della Sicilia diventassero patrimonio comune e non ricominciassero da zero a ogni cambio di maggioranza. Vorrei che il voto non fosse il momento in cui il cittadino consegna il proprio potere per riaverlo cinque anni dopo. La partecipazione dovrebbe cominciare nell’urna, non finire lì. Obiettivi, avanzamento e risultati devono restare visibili e verificabili durante tutto il mandato. E, soprattutto, vorrei affrontare seriamente l’emorragia dei giovani. Non basta chiedere loro di restare: bisogna costruire le condizioni perché possano farlo. I bisogni della Sicilia sono ormai chiari: infrastrutture e trasporti, gestione dell’acqua e dell’energia, salute e assistenza, ambiente e rifiuti, digitale, ricerca, innovazione, servizi alle imprese. Da questi bisogni dovrebbero nascere il lavoro necessario e una formazione coerente con ciò che la Sicilia vuole diventare. Vorrei che Governo regionale, università, enti formativi e imprese lavorassero molto più strettamente insieme. La formazione deve restare libera e di qualità, ma deve conoscere i fabbisogni professionali del territorio. E imprese ed enti formativi dovrebbero essere incentivati e valutati anche sulla capacità di trasformare competenze in lavoro qualificato in Sicilia. Perché quando un giovane parte non perdiamo soltanto un lavoratore: perdiamo competenze, energie, famiglie future e nascite, accelerando l’invecchiamento della popolazione. E dopo avere sostenuto i costi della sua formazione, permettiamo ad altre regioni o ad altre nazioni di utilizzare quelle competenze. Vorrei poi una Sicilia nella quale Falcone e Borsellino non vengano continuamente trascinati nelle convenienze del presente, ma restino ciò che già sono: un sentimento vivo e comune, capace di ricordarci che questa terra possiede una straordinaria riserva di dignità civile. E vorrei un miracolo: la morte della corruzione. Vorrei che nella Sicilia dei nostri figli non ci fosse più bisogno di conoscere qualcuno, chiedere un favore o accettare un compromesso per ottenere ciò che spetta per diritto, per merito o per capacità. Vorrei che la rabbia non diventasse odio, disprezzo e rinuncia, ma partecipazione e proposta. Vorrei che le tante solitudini individuali si trasformassero in problemi condivisi e poi in azione collettiva. Perché una società coesa non si riconosce soltanto nella solidarietà: si riconosce quando chiede insieme che l’acqua funzioni, che la sanità curi, che le strade colleghino, che i giovani possano lavorare. Vorrei lasciare ai nostri figli soprattutto lavoro vero e dignitoso, perché il lavoro è l’arma più forte contro la mafia: rende le persone libere, riduce il bisogno e sottrae spazio al ricatto e alla dipendenza. E vorrei lasciare loro una Sicilia più verde. Gli alberi, il verde, la terra e l’acqua non sono soltanto risorse da amministrare: sono un patrimonio da custodire e curare con amore, perché appartengono anche a chi verrà dopo di noi. Vorrei infine che la politica ricordasse una cosa molto semplice: governare significa servire. Chi riceve il potere dovrebbe usarlo per costruire un sistema migliore e duraturo, non per consolidare la propria posizione. Forse è questo, alla fine, ciò che vorrei per la mia Sicilia: problemi meglio individuati, non promesse più grandi; sistemi capaci di funzionare, non uomini indispensabili; responsabilità condivise, non appartenenze contrapposte; risultati costruiti, misurati e lasciati in eredità a chi verrà dopo, non speranza affidata al caso. Perché amare davvero la Sicilia significa volerla consegnare ai nostri figli più libera, più giusta, più verde, più efficiente e con molte più ragioni per restare. Una Madre Siciliana

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