Quella "storia terribile" raccontata con maestria - Live Sicilia

Quella “storia terribile” raccontata con maestria

Il libro di Antonio Pagliaro ricostruisce una vicenda rimasta nella memoria dei siciliani.
INCHIOSTRO DI SICILIA
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Antonio Pagliaro sa che la memoria è un palcoscenico di dimensioni vastissime e che va ammansita e ricucita con la precisione di un cecchino.

Ne è talmente consapevole che, ad apertura del libro, sente la necessità di presentare i protagonisti di questa “Storia terribile delle bambine di Marsala” proprio come fa un drammaturgo con i personaggi.

La copertina del libro

Li presenta per famiglie, elencando i nomi e i legami di parentela da cui sono uniti, lasciando sotto la voce “altri”, figure non meno decisive che intervennero in un delitto che sconvolse l’Italia intera.

Perché tutto sembra poter fare il demonio ma non riportare in vita Antonella, Ninfa e Virginia, rapite a Marsala il 21 ottobre del 1971, dopo aver accompagnato a scuola, per il turno pomeridiano, la piccola Liliana.

Il timbro narrativo marca presto il territorio degli eventi con la rappresentazione della caccia e della disperazione con uno stile apparentemente giornalistico ma di tempra letteraria.

“Il procuratore Terranova insiste: l’accusa è troppo terribile per accollarla con leggerezza a qualsiasi colpevole. Qualsiasi colpevole è anche qualsiasi innocente.”

Così inizia la pièce: in paese si dice che il mostro sia uno “che la testa ci camina”. Intelligentissimo ma normale e, pertanto, tanto insospettabile da nascondersi in casa Valenti ad accudire i familiari con attenzioni del tipo: “Manciati ca siti sciupati”.

In questa linea drammatica che separa i morti dai vivi, i corpi delle bambine consegnano la ferocia dell’assassino.

La morte va in scena. Michele Vinci, lo zio di Antonella confessa: Io fui. Non la volevo uccidere. La volevo tutta ppi mmia.”

Quella bambina ripetente che a scuola, pochi giorni prima aveva scritto “il sole è bello”, lo stesso sole che definisce anche le ombre di una tragedia definitiva.

Il sipario già schiuso si apre sul cimitero, sul carcere, sul tribunale e racconta la grande opera che il silenzio in Sicilia è capace di allestire nel tempo visibile della storia.

L’informazione sui teleschermi in bianco e in nero, l’austerity, il nuovo dinamismo relazionale che, tuttavia, non fanno tacere “lu chiantu assai” di cui parla il nonno Vito.

Molte pagine di produzione letteraria, o che tale si accredita, spesso sono tinte di giallo. Così anche questa maledetta storia potrebbe ascriversi a questo filone se non vi entrassero i chiaro scuri narrativi che la votano al dramma dove la morte, dopo aver squarciato l’innocenza, abbandona il lettore nella trappola di una storia semplice e feroce, priva di poteri forti.

Il drammaturgo si ritira nella privata ossessione della ricostruzione per inventare come una televisione scritta in cui scorrono immagini velocissime: perizie, chiamate in correità, dolorose corrispondenze, false rappresentazioni, severe smentite.

I tanti processi non serviranno ad una risurrezione, almeno della memoria delle bambine.

intellettuali come Sciascia e Consolo, ciascuno a proprio modo, riconoscono che la realtà processuale non riesce a coincidere con la verità, lasciando alla storia un destino incerto.

Michele Vinci sconta ventinove anni di carcere. Esce nel 2002 dal penitenziario di Viterbo con i suoi sessant’anni. Rimane nella Tuscia con una fidanzata a fare il giostraio confermando un macabro talento per i giochi dei fanciulli.

Nascono ancora due bambine nella famiglia Valenti e Impicchichè: Antonella a cui viene dato il nome della sorella e un’altra, Ninfa Virginia, che custodirà entrambi i nomi delle sorelline.

Poi il sipario si chiude, senza applausi, su tre lapidi di un ricco paese di Sicilia.


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