Racket, parla l'esperto: "La criminalità è in crisi"

“Racket e minacce fanno paura, ma questi criminali sono in crisi”

Racket parla Costantino Visconti
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La violenza a Palermo. Parla il professore Costantino Visconti
L'INTERVISTA
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2 min di lettura

Professore Visconti, cosa ci dicono le cronache del racket in ripresa a Palermo?
“Per quanto possa sembrare strano, rappresentano il chiaro segno di una crisi della criminalità”.

Il professore Costantino Visconti, direttore del Dems (direttore del dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’Università di Palermo) ci ha abituato ad analisi profonde quanto, alle volte, sorprendenti. Ecco cosa pensa di quello che succede.

Una crisi? In che senso?
“Partiamo dalle definizione. Il fenomeno estorsivo classico, come insegna Rocco Sciarrone, il maggiore studioso attuale dei fenomeni mafiosi, si basa sulla doppia chiave della promessa e della minaccia”.

Spieghiamo.
“Non solo ti minaccio – nel classico canovaccio di Cosa nostra – ti offro dei ‘benefit’ illegali. La protezione è il minimo. Poi possono esserci le forniture, il danneggiamento della concorrenza, etc etc. Questo fa la criminalità organizzata”.

Sta sostenendo che siamo alle prese con una criminalità disorganizzata?
“Dalle informazioni di cui siamo a conoscenza, parrebbe di sì. I violenti che appiccano il fuoco e sparano con i kalashnikov minacciano tanto perché, probabilmente, non hanno nulla da offrire, sempre secondo quel mondo. Tanto è vero che non si sarebbero palesate, in diversi casi, richieste. Si spara e si devasta come manifestazione brutale di esistenza in vita, per gridare: noi ci siamo. Ma mi sembra tutto molto lontano dal capillare controllo del territorio effettuato da Cosa nostra all’apice della sua potenza”.

Quindi?
“Secondo me c’è davvero il segno di una crisi che esprime l’impotenza attuale con la violenza. Il fenomeno resta pericolosissimo, provoca sofferenza e non va affatto sottovalutato. Ma questa mi pare una criminalità debole, nei suoi collegamenti, nelle sue infiltrazioni, anche agli alti livelli. Vogliamo mettere il confronto sul piano militare? Alla fine vincerà lo Stato che è incomparabilmente più forte. Lo dimostrano gli ultimi arresti e credo che non resteranno isolati”.

La prevenzione non sembra altrettanto efficace, però.
“Ci vuole senz’altro, con il personale sul campo, per proteggere chi è colpito e minacciato. Poi, bisogna impostare un lavoro sul lungo periodo”.

Come?
“La cronaca dimostra che la manovalanza arriva dai quartieri più disagiati della città. E non parliamo soltanto dello Zen, per favore. Il fenomeno resta molto più ampio e più complesso. Bisogna intervenire lì, sapendo che il profilo della città è cambiato. Non esiste più una Cosa nostra potente e capillare, come dicevo. Dobbiamo cominciare a comprenderlo, perché siamo in ritardo in questo segmento di consapevolezza”.

In conclusione?
“La Sicilia va faticosamente avanti. Malgrado la sua classe dirigente. E poi mi lasci dire. Come disse un saggio, ottimisti e pessimisti muoiono entrambi, ma i primi vivono più felici dei secondi. Io voglio essere ottimista”.


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