“E’ necessario ricucire e ricominciare insieme”.
La stanza del presidente del Tribunale di Palermo, carica di storia e significati, per la sua ampiezza mnemonica offre sempre una chiave di lettura con riflessi diversi. Stavolta, mentre comincia la chiacchierata con il presidente in carica, Piergiorgio Morosini, assume le sembianze suggestive di una nave approdata dopo la tempesta.
Non sono state settimane pacifiche per nessuno, mentre si consumava l’ordalia del referendum, oltre il dibattito necessario. Lo stesso Morosini, a proposito del caso Sea Watch, è stato tirato in ballo in un modo che definire improprio sarebbe indulgente, come abbiamo scritto fin dall’inizio, prendendo posizione. Non solo la politica, anche la magistratura, in certi ambiti, ha percorso una strada di ruvidezze. Tutto figlio della polemica. Ora, il ragionamento-appello che promana da questa stanza converge sulle esigenze di una pacificazione. Non per ignavia, ma per la necessità di ritrovare un tessuto comune.
Presidente Morosini, non sarà facilissimo ricucire. Troppe parole incaute sono state pronunciate. Lei è ottimista? Come fa?
“Sì, lo sono. Dobbiamo lasciarci alle spalle una dialettica anche aspra sul referendum e pensare, come attori della giustizia, a mettere in campo delle soluzioni per i problemi che esistono. E che esistano nessuno lo ha mai negato”.
Quali sono i principali nodi, secondo lei?
“La durata ragionevole dei processi, la digitalizzazione, la carenza del personale amministrativo e la condizione carceraria di cui non parla mai nessuno ma che rappresenta un dramma vero. Si registrano, ormai, circa novanta suicidi all’anno. Vuol dire che c’è un disagio fortissimo, marcato da situazioni al di sotto degli standard umanitari. Tutte cose di cui vogliamo discutere, noi magistrati, collaborando con gli avvocati, con le cancellerie e anche con i parlamentari. La giustizia è un bene comune”.
Ma lei perché è ottimista, presidente?
“Perché, in entrambi gli schieramenti, ci sono persone di buona volontà, equamente distribuite. Persone che hanno a cuore il funzionamento della giustizia”.
Lei è nato in Emilia Romagna. Si è occupato di romanistica, poi di diritto civile. Cosa la porta in magistratura e a Palermo?
“La mia è stata una scelta, devo dire non originale, dopo le stragi. Come altri giovani magistrati, nell’indicazione della prima sede, ho messo Palermo. Pensavo di restare qualche anno soltanto, con l’idea di dare un contributo, per quanto piccolo. Poi uno si affeziona alle cose che fa, ai luoghi. Oggi mi considero un palermitano adottivo”.
Palermo coltiva un rapporto ondivago con i giudici. Ha innalzato i suoi eroi civili, ma si lamentava per le sirene della scorta che interrompevano la siesta. Oggi com’è quella relazione?
“I cittadini ci osservano, giustamente, ogni giorno. E noi, ogni giorno, dobbiamo affrontare le sfide della credibilità del servizio che forniamo”.
Come?
“Avendo la capacità di ascoltare tutte le persone che incontriamo nel corso della nostra attività professionale. Un magistrato non deve incutere timore, ma infondere fiducia”.
Torniamo al referendum e ai suoi temi. Le correnti rappresentano un ostacolo alla vera indipendenza dei magistrati?
“La nostra realtà è connotata da gruppi associativi la cui finalità primaria insiste sull’offerta di orientamenti circa la visione della giustizia. L’associazionismo ha fatto tante cose buone, fornendo contributi preziosi. Poi ci sono le degenerazioni, ma non siamo all’anno zero della risposta. La magistratura, dopo gli scandali, ha reagito, si è seduta allo stesso tavolo dell’accademia, dell’avvocatura, della politica per riflettere sulla separazione funzionali, sulla responsabilità disciplinari…”.
I risultati?
“Uno, evidentissimo, è la riforma Cartabia che ha consentito, per esempio, pure all’avvocatura di dare voti per valutare i magistrati. Molte cose sono cambiate e non possiamo restare intrappolati in un eterno ‘caso Palamara’. Certo, ci sono ancora risposte da dare e stiamo lavorando per questo. L’Anm lavora per questo. Però non è vero che i magistrati sbagliano e non pagano”.
No?
“No. Lo affermo sulla base dei dati sella sezione disciplinare del Csm. Ci sono tanti magistrati sottoposti a provvedimento, sanzionati. Gli organi di controllo dell’Unione Europea confermano, da anni, che il sistema disciplinare italiano è tra i più rigorosi d’Europa”.
Quanto sbagliano i magistrati?
“Come gli altri, perché siamo esseri umani. Non, tuttavia, nella misura che si è voluta polemicamente accreditare. Andiamo ai casi concreti, altrimenti vincono le mere suggestioni. Se una donna che denuncia una violenza familiare, ritratta, magari per pressioni ambientali insostenibili, se lo stesso accade per una vittima di estorsione, secondo una condivisibile dinamica processuale, le misure cautelari spiccate in un primo momento si configurano come ingiusta detenzione e danno luogo a un risarcimento”.
Dunque?
“Dunque, non è stato certo un errore del magistrato se la dinamica è cambiata. Il meccanismo della custodia cautelare è soggetto a sacrosante e continue verifiche, noi mandiamo avanti migliaia di archiviazioni di cui nessuno sa nulla. Aggiungo: oggi, prima di una misura, l’indagato deve essere interrogato da un giudice. Si rischia qualcosa in termini di possibile inquinamento della prova, ma il garantismo viene scrupolosamente rispettato, come è giusto che sia”.
Qual è stata la sua reazione davanti ai festeggiamenti per la vittoria del No che hanno visto alcuni suoi colleghi in primo piano?
“Ognuno reagisce a modo suo. Sono state settimane di grande tensione e preoccupazione per la magistratura. Abbiamo ascoltato le dichiarazioni di importanti esponenti delle istituzioni che paventavano la liberazione di stupratori e pedofili, in caso di successo del No. Quelle reazioni sono figlie di un clima”.
E adesso?
“La mia convinzione è radicata. Dobbiamo costruire una fase diversa. Parliamo, confrontiamoci, lavoriamo insieme”.
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