Qui non si tratta più di ricostruirla, ma di ricominciarla. Ricominciare Palermo. Ricostruire è attività che pretende almeno un terreno fertile e una continuità con alcune macerie del passato. Ricominciare significa partire da noi stessi. Cambiare soprattutto gli operai che ci daranno dentro a stoccate, martellate e colpi di cazzuola. La sfida appare disperata.
Le elezioni comunali saranno un passaggio cruciale. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenerlo fondamentale. Palermo elegge un sindaco, convinta che sia Superman o un celeste messaggero degli dei. Gli demanda il compito di sorveglianza delle civiche virtù e del pane. Poi, se ne frega. Il prossimo disgraziato inquilino di Palazzo delle Aquile camminerà sulle rovine. Avrà bisogno del vigile sostegno di una comunità per sanare gli scempi dell’amministrazione Cammarata, in un contesto complicatissimo.
Accanto al nuovo sindaco, si spera di trovare un consiglio comunale meno approssimativo di questo. Potremmo tollerare lo sbaglio di qualche congiuntivo, ben venga in vece del genocidio che se ne fa adesso. Ma ci vorranno volti nuovi, gente pulita, e non la maggioranza di marpioni e di inetti che affolla sala delle lapidi. Tutto sarà vano, senza un impegno di cittadinanza attiva, incapace di guardare oltre l’elemento sportivo dell’appuntamento nell’urna. Un sindaco non servirà, senza i palermitani.
Livesicilia, presto, inizierà la sua campagna per le comunali, intervistando i candidati alla poltrona, esigendo programmi netti e risposte chiare. Sarà un modo per coinvolgere tutti i palermitani. La città che muore non è uno spettacolo cui restare indifferenti, non è una corrida estranea. Stavolta, il toro siamo noi.

