Scassata, collusa e sporca... | Ci vuole una Greta per Palermo?

Scassata, collusa e sporca… | Ci vuole una Greta per Palermo?

Scassata, collusa e sporca… | Ci vuole una Greta per Palermo?

I sogni dei ragazzi di oggi. Ma forse, in piazza, ci vorrebbero quelli che hanno già fallito.

La provocazione
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3 min di lettura

Ti ho vista, l’altro giorno, ragazzina carina, con gli occhiali e con la vocina. Sembravi appena sfornata, per il tuo sfolgorante candore, da una canzone immortale degli Stadio, scritta in omaggio allo struggimento dei grandi.

Eri tra i Greta-boys di Palermo, in un corteo coloratissimo e vociante, di quei colori pastello e con quelle voci adolescenziali che riconciliano un quasi cinquantenne con la speranza. Te ne andavi leggera, con le tue scarpe da tennis e la tua faccina, convinta che bastasse cantare, abbracciandosi in una mattina stabilita dalla consacrazione popolare, per sistemare il sole sull’orizzonte più nitido.

E poi ho visto un vecchio, con un sacchetto in mano, che arrancava, più che camminare. Si è fermato sotto la lapide che ricorda il martirio del procuratore Gaetano Costa. Si è segnato con la croce e ha mandato un bacio verso il cielo. E si è riaperta come una ferita collettiva, una disperazione di lapidi e croci. Il sole era già tornato nell’ombra.

Sarebbe utile combinare chimicamente la speranza e la disperazione quaggiù: la prima come risposta permanente alla seconda. Il sorriso di quella ragazzina, sia pure convocata per un tema globale, da conservare e appoggiare sul cuore stanco di Palermo, per provare a sanarlo  nelle sue piaghe più arrese.

Ci vorrebbe una Greta di corso Olivuzza? Magari, sarebbe sufficiente l’entusiasmo chiassoso dell’adolescenza, mantenuto in un barattolo affinché non si disperda. E con quello invadere le strade scassate, i luoghi intramontabili della mafia, le roccaforti di un potere viscido, colluso e invisibile, gli altari delle omelie di una retorica ipocrita che, talvolta, si trasforma in redditizio affare. Avrebbe la forza del profumo che scaccia il putridume. Oppure, chissà. Forse il fallimento è la trappola biologica dei giovani. Perché i giovani, prima o poi, diventano grandi. L’abbiamo imparato a nostre spese.

Erano belle e sfrontate le bandiere che adornavano l’impegno e i miti degli anni Ottanta, come altre precedenti e seguenti. Marciavamo con striscioni coloratissimi in cortei vocianti, convinti che avremmo messo il sole sulla rotta dell’orizzonte migliore. Decenni dopo, ecco l’ora del bilancio. Siamo cresciuti, ognuno dentro una incombente necessità personale. E siamo diventati meno liberi. Qualcosa è cambiato, ma non tanto quanto avremmo voluto nel nostro sogno totale di palingenesi. Palermo è diversa, ma non sempre come avremmo desiderato. A uno sguardo più attento, oltre i suoi slarghi di fede e di impegno, Palermo appare una città desolata, poco mobile nella sua identità profonda. Anche noi abbiamo (forse) fallito.

Falliranno i ragazzi di oggi, nel senso della generazione, della comunità, del progetto, quale che sia il sogno totale che hanno seminato dentro? Nessuno può saperlo, ma non dovremmo caricare l’innocenza di troppe responsabilità, delle colpe, degli inciampi e degli sbagli di coloro che li hanno preceduti.

E in piazza, con la meglio gioventù, dovrebbero andarci pure i quarantenni, i cinquantenni, i sessantenni: quelli che non ricordano com’erano, perché hanno smarrito l’ardore e i capelli. Allora, davvero, racconteremmo un filo maggiorato di speranza: chi è già cambiato, chi ha sperimentato i passaggi crudeli tra estate e inverno, può cambiare in meglio se stesso, insegnare a schivare le tagliole e ricomporre il suo mondo in cocci con la benedizione dell’esperienza.

Un lunghissimo corteo di anime in cerca di riscatto da piazza Politeama alla stazione. Ve lo immaginate che evento, che schiera interminabile? E uno slogan di sottofondo, sussurrato più che gridato: “Chiedi chi era Palermo”.


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