"Sette giorni in ospedale" | 'Cervello', dolore e speranza

“Sette giorni in ospedale” | ‘Cervello’, dolore e speranza

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L'ultima puntata dell'inchiesta di LiveSicilia sui pronto soccorso del capoluogo. Il video.

PALERMO – Il ragazzo della stanza numero ventuno respirava male. Sua madre aprì la finestra per cambiare l’aria, come se servisse a qualcosa, perché il dolore è sempre grande, ma la speranza lo è ancora di più. E non servì a niente.

Si somigliano tutte le novelle della corsia, un intreccio di stati d’animo e gesti contrapposti. Al pronto soccorso del ‘Cervello’, Benedetta Cracchiolo, racconta la sua storia di degenza: “Sono qui da più di una settimana, però non mi lamento, accetto quello che succede. Ieri parlavo con una dottoressa che mi confortava e la ringrazio, non è semplice la mia situazione e poi sono sola, non voglio dare fastidio a nessuno. Qui fanno quello che possono, sono meravigliosi. Sostituiscono la lettiga, hanno mille premure. E noi pazienti ci comportiamo da maleducati. Ogni giorno qualcuno urla, minaccia di chiamare i carabinieri. Ci sono ricoverati con sei familiari in stanza. Non si capisce che questo è, appunto, il luogo della pazienza. Ecco, vede, mi sono fatta male in bagno, ho un segno sul naso, però non mi arrabbio”.

Il racconto della sofferenza della minuscola signora Benedetta commuove i presenti. Ascoltandolo, a qualcuno torna in mente quella madre gentile – un’altra stanza, lo stesso posto – che aprì invano la finestra per suo figlio, secondo le voci e le biografie minime che qui si sovrappongono, perché voleva aiutarlo a riprendere fiato. Pure lei non si lamentava mai. Sono le novelle, appunto, segni di dolore e speranza nel cammino che LiveSicilia ha intrapreso per spiegare alla città le sue aree di emergenza; dall’una o dall’altra parte della lettiga, col camice bianco o col pigiama.

Salvatore Gallo – nella squadra del ‘Cervello’ da un decennio – condensa il punto di vista col camice bianco: “Non è che sia facile la vita del professionista che si occupa d’urgenza. Bisogna comprendere come agire in pochi secondi, non lavori al reparto, non hai il tempo di ragionare. C’è l’aggressività di malati e parenti che aggiunge stress allo stress”. Il medico ardentemente spera che le cose cambino, intanto sconta il dolore della sua vocazione monca, del suo destino di vigile nell’ingorgo. Ma non dimentica, nulla quando gli viene chiesto se abbia trattenuto un frammento delle esistenze che gli sono sfiorite accanto: “Un mattino ho trovato dei colleghi che avrebbero avuto necessità del rianimatore, era appena spirata una bambina di due anni. Se muore un anziano, è una cosa triste ma possibile. Se muore un bambino, non ti riprendi più, non lo accetti”. Anche il dottore Gallo è sovrapponibile all’eco che LiveSicilia ha raccolto. Anche lui condivide la stessa espressione di altri che sperimentano l’identico dilemma: come accetti la vita quando la morte ha le sembianze di un bambino?

Poi, ci sono i disagi, le carte, le soluzioni: la burocrazia delle formichine operose che devono mandare avanti la baracca, l’aritmetica imperfetta della trincea. Gervasio Venuti è un manager dal pensiero rapido e dai grafici precisi. Sullo schermo del suo computer osserva il profilo dell’assistenza che verrà: “In capo a otto mesi modificheremo diversi aspetti. Avremo più posti letto per l’emergenza, con altri locali a disposizione, un secondo triage e cercheremo di organizzarci ancora meglio, promuovendo un sistema integrato con una postazione dell’Asp per i casi che possono essere affrontati in ambulatorio”.

Il primario, Baldassare Seidita, aggiunge elementi, grazie all’esperienza del ruolo: “Il 118 avrebbe tanto da migliorare, portando le persone soccorse nell’ospedale più adatto per la patologia e le urgenze, promuovendo una più efficace rete di collegamento. Alle volte, capita di avere solo un’ambulanza qui e otto a Villa Sofia”. Il direttore di presidio, Giovanni La Fata, rivendica un certo successo nella campagna contro i posteggiatori abusivi che comandavano nei viali, con cappellino, minacce e arroganza: “C’è una società che cura il parcheggio e, a poco a poco, risolveremo i problemi connessi”.

Infine c’è l’ospedale per intero, come non risulta dai grafici, nella sua dimensione di dramma quotidiano. Nella stanza dell’osservazione breve, dove si attendono pure parecchi giorni prima delle destinazione o delle dimissioni, Benedetta Cracchiolo narra delle sue peripezie in bagno. Un’altra signora, col respiratore, parla a fatica: “Sono tornata perché non riesco più a stare bene. Pensavo di avere abbandonato i miei guai. Invece sto malissimo”. Benedetta ascolta attentamente, dopo avere parlato di sé: aumentando la fragilità, cresce la solidarietà. L’ultima immagine in cronaca è una donna con i capelli bianchi e spettinati, il naso arrossato, che saluta, stringendo mani, tossendo, come se volesse garantirsi almeno un abbraccio di sopravvivenza.

Si somigliano tutte le novelle dell’ospedale, hanno lo stesso odore di disinfettante e di umanità: nella stanza ventuno che vide un ragazzo spirare e in ogni angolo, lì dove si lotta tra ossigeno e cattivi pensieri. Dove la pena non finisce mai e l’ostinata speranza da sempre riannoda il suo filo spezzato.  (fine)

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