Sfogliando le foto che arrivano dalla Sicilia devastata a causa degli incendi (pubblichiamo lo scempio del fuoco da Polizzi), tornano due sentimenti-compagni di viaggio che, in questa terra, conosciamo fin troppo bene: il dolore e la rabbia. Il dolore per la terra annerita, per le persone in fuga, per i terreni bruciati, per le case minacciate, per campi e paesaggi che non torneranno. La rabbia, nella ripetizione di un dramma.

L’accusa del sindaco
Il punto critico è sempre quello: capire la differenza tra l’ineluttabile e l’inefficace. Vito Barone, sindaco di Ciminna, assediata dalle fiamme, punta il dito: “Una mano barbara e irresponsabile ha appiccato il fuoco, più di 600 ettari bruciati. Io spero che i nostri legislatori facciano norme sempre più stringenti. La presenza delle istituzioni è stata veramente scarsa”.
“Pochi mezzi messi a disposizione. Un volo soltanto di canadair e di elicotteri, nonostante i ripetuti appelli nei confronti di tutti i settori responsabili“. Una cosa – insiste il sindaco – che “lascia l’amaro in bocca, una sconfitta per lo Stato e per tutti noi”.

La rabbia per i barbari
Rabbia per i barbari, per chi appicca il fuoco. Rabbia, nelle parole espresse da un primo cittadino che ha partecipato alle operazioni di soccorso, come tutti i sindaci, per “una sconfitta dello Stato”. Un sentimento che era già trapelato.
“Chiediamo alla Regione e al Governo nazionale di garantire ogni intervento necessario e di procedere rapidamente al riconoscimento e all’estensione delle misure emergenziali in favore di tutti i territori colpiti dagli incendi di questi giorni, compresa, laddove ne ricorrano le condizioni, la dichiarazione dello stato di emergenza, affinché i Comuni e le comunità interessate possano disporre degli strumenti e delle risorse indispensabili per fronteggiare i danni e avviare gli interventi di ripristino”. Così il presidente e il segretario generale di Anci Sicilia, Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano.

La Sicilia che non vogliamo
Come i lettori sanno, da qualche tempo ospitiamo, con ‘La Sicilia che (non) vorrei’, le opinioni di politici e non solo sui problemi e sui rimedi. Pensavamo che fosse una iniziativa importante, sta andando oltre le nostre aspettative di partecipazione.
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Il materiale inviato è di ottimo taglio. Le riflessioni colgono pienamente le nostre ferite. Il tema degli incendi è presente in tutti i contributi inviati da chi riveste un ruolo pubblico. La questione è nota a chi potrebbe fare qualcosa, amministratori locali compresi. Ma, allora, perché non si riesce a venirne a capo? Diteci almeno qual è il confine tra l’impossibilità e l’incapacità. Quando si risolverà l’enigma rabbioso e doloroso di quel pezzo di Sicilia che non vogliamo?
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