PALERMO – Ogni nomina un problema. Tanti nomi, ma “zero titoli”. Tanti amici, ma con un curriculum spesso insufficiente. Crocetta ci prova e ci riprova. Finendo, regolarmente, in mezzo a bufere e polemiche. Errori, scivoloni, marce indietro. E quantomeno dubbi, ombre, interrogativi. L’ultimo “caso”, in ordine di tempo, è quello che riguarda il consulente personale del governatore Sami Ben Abdelaali. Per Crocetta è lui l’uomo giusto al vertice di Ircac, un ente importantissimo che gestisce milioni di euro da destinare alle piccole imprese e agli artigiani. Il presidente la scorsa settimana aveva portato il suo nome in giunta, scatenando la reazione degli alleati: “Non se ne parla”.
Negli ultimi giorni, poi, ecco i nuovi dubbi diffusi dall’agenzia Ansa: il consulente di Crocetta non avrebbe lavorato, così come raccontato nel curriculum, come dirigente nel consolato di Tunisia a Palermo ma come semplice agente amministrativo e non sarebbe mai stato componente del consiglio direttivo della Federazione internazionale dei Giornalisti e scritture di Turismo. I due “titoli” sono stati smentiti sia dal console tunisino Farath Ben Suissi che dal presidente della Fijet Giacomo Glaviano. E adesso, le opposizioni vanno all’attacco: “Non spetta a Crocetta scegliere il presidente”.
Anche perché, dove è intervenuto il governatore, non sono mancati i guai. È stato proprio Crocetta a volere fortemente, come amministratore delegato di Sac, la società che gestisce l’aeroporto di Catania, Ornella Laneri. È il 14 settembre, però, quando – dopo due mesi di analisi e il coinvolgimento di una quindicina di persone a partire proprio da Crocetta – il Collegio dei sindaci invia alla presidente del CdA una pec con cui rileva, per Ornella Laneri, la “non corrispondenza dei requisiti previsti dallo statuto”. La preferita del presidente non ha i titoli sufficienti, insomma. Ci risiamo.
Non ne azzecca una, il governatore. Al punto da farsi bacchettare persino dall’Autorità anticorruzione. Che mesi fa ha “bocciato” la nomina di Antonio Ingroia a presidente dell’ex Provincia di Trapani. Una scelta che il governatore aveva accompagnato con la solita retorica, facendo intendere che l’ex pm, da presidente di un ente locale, avrebbe dato una mano nella caccia al latitante Matteo Messina Denaro. Peccato che Ingroia, a quel punto, avrebbe cumulato quell’incarico con quello al vertice di Sicilia e-servizi: un fatto non consentito dalle norme. Che ovviamente il governo ha dimenticato di leggere. E così, addio alla caccia a Messina Denaro e anche al ruolo di commissario per Ingroia. Una nomina fallita dopo che Crocetta aveva dovuto rimangiarsene un’altra: quella dell’ex pm alla guida di Riscossione Sicilia (dove Ingroia, manco a dirlo, avrebbe impresso una svolta legalitaria, necessaria in un’azienda sulla quale appena trentacinque anni prima e quando aveva un altro nome si erano allungate le ombre di presunte aderenze con Cosa nostra). In quel caso, l’alt alla nomina arrivò dal Consiglio superiore della magistratura.
È più forte di lui, insomma. Dove Crocetta sceglie, trovi la magagna, i dubbi, la polemica. Come quando il presidente, tramite il commissario della Provincia di Palermo, indicò l’imprenditore Tommaso Dragotto ai vertici della Gesap. Anche qui un aeroporto. Anche qui una scelta che volerà via tra le proteste di chi ha messo in dubbio il “peso” del curriculum del titolare di Sicily by car. Che ha comunque poi deciso di fare un passo indietro: “Non appena compresa la contaminazione politica della carica Gesap – ha precisato pochi giorni fa a Livesicilia – ho spontaneamente deciso di ritirare la mia candidatura”. Dalle ali alle ruote, cambia poco. E così, la scelta di Massimo Finocchiaro alla guida (è proprio il caso di dirlo) dell’azienda dei trasporti Ast è finita nella bufera. Anche in questo caso, per la presunta insussistenza dei titoli del manager che è anche un esponente del movimento politico di Crocetta, cioè il Megafono.
E polemiche sui titoli sorsero anche nel caso della nomina, al vertice di Irsap, di Alfonso Cicero. Crocetta difese con forza quello che era, allora, un “fedelissimo”. Fino all’epilogo della storia, terminata in tribunale tra accuse e veleni. Impiegarono mesi, invece, scomodando commissari esterni e invitando all’invio di centinaia di curriculum, per la scelta dei nuovi manager della Sanità. Dopo quel lunghissimo periodo di “selezioni oggettive”, ecco che il governo si accorge che due dei 17 manager non avevano i requisiti richiesti: e così deve rimangiarsi le nomine di Calogero Muscarnera e Mario Zappia. In quei mesi di febbrili selezioni, la giunta nominava come dirigente generale esterno al dipartimento rifiuti, l’uscente Marco Lupo. Peccato che il manager assai gradito anche all’area politica che fa capo all’ex ministro Stefania Prestigiacomo, fosse nel frattempo dirigente all’Arpa. Niente da fare anche in questo caso: nomina revocata, altra marcia indietro. In un altro caso, forse il più clamoroso, la giunta non arrivò nemmeno alla delibera. Il presidente in quel caso di limitò a un comunicato stampa, col quale annunciare, gioioso, l’avvento alla Regione di Tano Grasso. Il tempo di accorgersi che il simbolo dell’antiracket non aveva i titoli necessari per fare il dirigente generale. Come non detto. Ogni nomina, una pena.

