L'inchiesta: Totò Cuffaro e la rovina del potere

Totò Cuffaro, la rovina del potere

L'inchiesta e il racconto di una storia siciliana
LE INDAGINI E IL RITRATTO
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E così, alla fine della storia, il nuovo Totò Cuffaro non è riuscito a non somigliare al vecchio Totò Cuffaro, sempre che ci abbia provato davvero. Si è ricongiunto al Cuffarismo, avvinto alla grassa metafora degli eterni cannoli.

Totò, per scelta, è rimasto prigioniero di Cuffaro, dell’algoritmo del ‘vasa vasa’, capace di mutarsi in fiero cipiglio (basta rileggere il dialogo con l’assessore Sammartino), se l’interlocutore accenna a mettersi di traverso, come ha raccontato Antonio Condorelli.

Il riflesso con il ‘gemello’

Così, nel riflesso dei frammenti di un’indagine, Totò Cuffaro si è specchiato gemello del politico di una volta. Le conclusioni giudiziarie le scriveranno i giudici, fatte salve tutte le garanzie necessarie. Ma la radiografia stampata dall’inchiesta della Procura di Palermo descrive un contesto – quanto penalmente rilevante si vedrà – non conforme nemmeno ai compiti della politica appena decente: e ci manteniamo nel perimetro ristretto della più castigata sobrietà espressiva.

Si annotano, infatti, un rabbioso gioco dell’oca di dominio e pedine, una fitta rete di dialoghi intorno a scambi, potere e nomine, dove contano ‘il mio e il tuo’, non il meglio.

Si comportano tutti allo stesso modo, è l’alibi logoro della rassegnazione. Non è vero. La nostra apatia ha eletto il qualunquismo a totem dell’epoca. Comunque, da Totò Cuffaro sarebbe stato sacrosanto aspettarsi un paradigma morale capovolto, rispetto al passato, almeno secondo il registro delle sue stesse dichiarazioni. Una rinnovata consapevolezza avrebbe configurato il minimo indispensabile.

Le relazioni tossiche

Toccava a lui, più di altri, già recluso, riabilitato e restituito alla vita pubblica, indicare una strada libera dalla tetragona cappa delle relazioni tossiche, per emendarsi dal peccato. Altrimenti che peso dare ai giuramenti di riscatto, alle promesse di redenzione, al riconoscimento degli errori, alla volontà di identificarsi nell’incipit di un personaggio rinnovato, impegnato a coltivare giovani politici senza macchia?

E sarebbe stato perfino un segno di speranza riconoscerlo: vedete, questo burattino di legno messo in un angolo era il Cuffarismo, ora c’è una creatura viva, qualcosa nato da un abisso, in marcia verso un orizzonte pulito, con le opere, non con le chiacchiere.

Invece, niente. La cronaca sta raccogliendo una mole enorme di circostanze in una Sicilia cupa, scarnificata dei suoi sogni, dove la chimera di un’ardua palingenesi sembra quasi una presa in giro.

Baci e cannoli

Totò Cuffaro non ha cambiato il suo mondo e neanche se stesso, non in quel segmento, almeno. Scompare il Burundi, con il volontariato. Vanno in malora le calligrafie del nuovo corso di ispirazione sturziana. Si dissolvono le riflessioni sul carcere, sui sofferenti, sul valore sociale della politica.

Si stagliano, al loro posto, le chiacchiere maleodoranti del retrobottega, con il compulsivo e voluttuario richiamo ancestrale. Sarà perennemente ricordato il clamoroso e colpevole torto della festa, il 19 luglio, nel giorno di Paolo Borsellino e della sua scorta. La bassa mitografia dei baci e dei cannoli: ecco cosa resterà in rilievo. Ai posteri sarà narrato l’ultimo ritorno del Cuffarismo nel calco di una trama siciliana del potere in rovina. Per sua stessa scelta.

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