PALERMO – Per trovare un vincitore devi spingerti sui territori della protesta. Quelli della politica urlata o del dissenso anti-sistema. Un terzo del voto degli italiani sta proprio lì: tra le vittorie di Virginia Raggi a Roma e Luigi De Magistris a Napoli, e anche tra i successi raccolti un po’ dovunque dalla Lega di Salvini e che potrebbero, in qualche caso, trasformarsi persino in trionfi tra quindici giorni.
Un terzo del voto degli italiani è lì. Ma i vincitori sono anche altrove. E stavolta vanno cercati tra le poltrone e i divani di chi ha deciso di non andare a votare. Tra chi ha preferito il mare e le scampagnate, tenendosi ben lontano dalle urne: l’astensione è cresciuta rispetto alle ultime amministrative. E adesso è superiore al trenta per cento. Un altro terzo del voto italiano è un “voto che non c’è”.
L’ultima porzione, di questa torta divisa in tre parti, è quella che raccoglie ciò che resta della politica “di sistema”. Dei partiti classici, di palazzo e di potere. Ma in qualche caso senza voti. È l’esempio di Ala di Verdini, che è riuscito a perdere ovunque abbia provato a scendere in campo: a Cosenza come a Napoli dove non è riuscita a “far volare” Valeria Valenti almeno al ballottaggio. Ed è il caso del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, sparito dai radar di queste elezioni, persino nel feudo del Ministro dell’intero e di alcuni sui strettissimi collaboratori. Un partito che non esiste, il realtà, l’Ncd, come dimostra la clamorosa “mini-scissione” compiuta a Favara, nell’Agrigentino: un pezzetto di qua (insieme al Pd) e un pezzetto di là (con un candidato di centrodestra).
Ma il terzo di campo occupato dai partiti di sistema, è tutto un fiorire di flop. A cominciare da quello di Matteo Renzi, che ha scelto la strada della “rottura” ma sembra essere visto dagli elettori sempre più come un leader “di palazzo”. Perfettamente inserito in quello stesso sistema. Il suo Pd è stato demolito a Roma dai grillini. Un risultato che avrebbe avuto i contorni chiari della debacle, se solo il centrodestra fosse stato in grado di non litigare per tutta la campagna elettorale (i voti della Meloni e di Marchini supera di gran lunga quelli di Giachetti). A Napoli, come già accennato, i dem, dopo appassionate primarie, non sono riusciti nemmeno a mettere un piede al secondo turno: stritolati nella morsa dell’antipolitica di Demagistris e della nostalgica reunion del centrodestra attorno a Lettieri. Persino dove ha vinto con un discreto vantaggio, il Pd non può brindare: a Bologna Merola “scende” sotto il 40 per cento e dovrà vedersela con la candidata leghista Bergonzoni, ma ancor più rischioso per i dem sarà il ballottaggio a Torino, dove Fassino non è riuscito a centrare la conferma al primo turno e – nonostante i dieci punti di vantaggio – dovrà guardarsi bene dalla sfidante del M5S Appendino. E se il Pd non può esultare, non possono festeggiare certamente nemmeno le forze politiche alla sua sinistra: irrilevanti, se si esclude la vittoria di Zedda a Cagliari.
A voler guardare verso i partiti classici, però, si stenta davvero a trovare un sorriso. Se Forza Italia a Milano riesce a essere ancora competitivo, in una tornata che riproduce il rassicurante ma anche illusorio schema bipolare, e se a Napoli riesce comunque a centrare il ballottaggio, altrove i berlusconiani sono praticamente scomparsi. A Torino si piazzano sotto il 5 per cento, A Bologna appena sopra il 6 per cento. In Sicilia decidono di presentare il simbolo solo in un Comune tra i 29 chiamati al voto. Discorso a parte a Roma, dove non solo Forza Italia si piazza di poco sopra il 4 per cento, ma addirittura risulta ininfluente sulla candidatura di Alfio Marchini, che alla fine ottiene le stesse percentuali della scorsa tornata delle amministrative in cui corse da solo.
L’immagine che resta, scesa la polvere del voto, è quella di una seconda repubblica in frantumi. Dove, appunto, vince la protesta. Vince Demagistris e vincono i grillini (nonostante i non certo strepitosi risultati di Napoli e Milano). Vince Salvini e le liste civiche. Quelle contro un sistema che ormai non esiste più. In attesa che l’altro terzo dell’Italia riprenda a giocare, abbandonando le poltrone e tornando dalle spiagge.

