PALERMO – Una torta da un miliardo di euro. E se è vero che pecunia non olet, ancora più vero è il detto per il settore dei rifiuti siciliani, popolato da giganti e piccoli gestori, pubblici e privati, in un contesto di ritardi, vizi e anomalie segnalati a più riprese dall’Unione europea e dalla commissione parlamentare sulle Ecomafie.
I tre poli dell’immondizia
C’è un immaginario triangolo dei rifiuti sulla cartina della Sicilia. Tre vertici, coincidenti con le più grosse discariche e i gruppi più potenti: uno è Palermo (Rap), uno è tra Catania e il Siracusano con i due impianti di Misterbianco (Oikos) e Lentini (Sicula Trasporti) ed il terzo è Mazzarà Sant’Andrea, in provincia di Messina (Tirreno Ambiente). All’interno di questo triangolo, ecco gli impianti minori tra i quali quello di Siculiana (Ditta Catanzaro), Gela (Ato Cl2 spa) , Sciacca (Sogeir) , Vittoria, Ragusa (Ragusa ambiente spa), Castellana Sicula (Alte Madonie), Trapani (Trapani Servizi), Campobello di Mazara (Belice Ambiente). Oggi, in realtà, oltre l’80 per cento dei rifiuti prodotti in Sicilia viene trattato negli impianti di Palermo e Lentini.
Sono questi i signori delle discariche. I destinatari, cioè, di un volume d’affari di circa 200 milioni di euro l’anno per il solo trattamento dei rifiuti. Soggetti pubblici e privati, dicevano, finiti anche in polemiche e indagini della magistratura. È il caso dell’Oikos della famiglia Proto, proprietaria della discarica di Motta Sant’Anastasia, che fattura oggi qualcosa come 49 milioni di euro l’anno. Giuseppe Catanzaro, invece, è titolare della ditta che gestiche la discarica di Siculiana. Da sempre al centro delle polemiche sia per i rapporti tra il governo in carica e appunto l’associazione siciliana degli industriali, sia per gli attacchi sferrati periodicamente dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando. La Catanzaro Costruzioni fattura circa 17 milioni di euro l’anno.
Gli altri privati del “sistema” discariche vanno cercati nella Sicilia orientale: è il caso ad esempio della famiglia Leonardi: nel 2009, si è vista autorizzare dalla Regione abbancamenti per 1,9 milioni di metri cubi nella discarica di Grotte San Giorgio. Adesso l’azienda è la prima, per fatturato, tra le società private con 75 milioni di euro l’anno. Altra grande discarica a Mazzarà Sant’Andrea, gestita dalla Tirreno Ambiente, il cui amministratore Giuseppe Antonioli è finito agli arresti: nel 2009 sotto il governo Lombardo ha avuto autorizzati abbancamenti per un fatturato apri a 155 milioni. Adesso il volume d’affari è di circa 15 milioni di euro l’anno.
Il business della raccolta
Ma il grande affare dei rifiuti inizia ben prima del conferimento in discarica. Perché in realtà, la fetta più grossa della torta dei rifiuti è quella rappresentata dai servizi di spazzamento e raccolta. Un business da 800 milioni di euro l’anno. Si tratta del segmento che vede impegnate diverse società non solo siciliane ed è regolato da affidamenti in qualche caso persino in regime di monopolio (Rap per Palermo, Messinaambiente per Messina, Trapaniservizi per Trapani) o da affidamenti in regime di gara a condizioni fissate dai Comuni che individuano anche gli importi relativi e gli adempimenti (con i capitolati i Tecnici dei Comuni ad esempio fissano quante persone per lo spazzamento, per il trasporto , quanti mezzi occorrono). Le imprese che operano in questo contesto sono diverse decine ed hanno tutte la loro forza nel numero dei camion, furgoni e corredi vari di cui dispongono per organizzare le fasi dello spazzamento fino al trasporto verso gli impianti. In qualche caso (come quello della Rap, appunto), queste aziende seguono tutto il percorso: spazzamento, raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento dei rifiuti. In qualche caso, invece, si tratta di aziende “specializzate”, come l’Igm Siracusa (fatturato da 31 milioni di euro l’anno), l’Agesp di Castellammare del Golfo (17 milioni di fatturato) e tante altre, con un volume d’affari comunque superiore ai 5 milioni di euro annui. Imprese che molto spesso vengono incaricare direttamente da quelli che furono gli Ato recentemente trasformati in Srr. Un fallimento anche questo, descritto in poche, durissime parole dalla commissione sulle Ecomafie.
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