Un Pd tutto da rifare

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Dopo l'assemblea
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2 min di lettura

Giuseppe Lupo ha parlato forte e chiaro. E’ un bene. Il segretario del Pd in questi mesi ha portato generosamente la croce di un’alleanza difficile. Quando dice che ha mantenuto l’unità del partito, pagando un costo alto, dice la verità. Ci sono elementi della sua relazione che danno da pensare, certo. La critica all’azione di governo non appare del tutto congrua. Dove erano i democratici? Cosa hanno fatto per impedire l’accentramento lombardiano? Il Pd non è mai stato un semplice passeggero dell’autobus cosiddetto riformista. Gli errori di Lombardo sono anche i suoi. Né convince la pretesa di intransigenza morale.  L’etica dei tempi è debole: confonde i valori con la decisione del giudice di turno, è incapace di un enunciato autonomo. Se perfino a sinistra si compie l’errore…

Ma, nel colpo d’occhio della sua assemblea, emerge un’altra verità. Il Pd è un partito da rifare. Il primo peccato che lo attanaglia è la sclerosi del suo gruppo dirigente. Non conta il papa straniero, se è sorvegliato da una curia immutabile. Ogni frammento del mosaico democratico sa di stantio. L’evoluzione di sigle non ha mai portato al ricambio della classe di comando. Uguali i volti. Uguale l’astio delle correnti che si tramanda da epoche antichissime. Così, ogni evento politico appare una scusa: il pretesto per odiarsi ancora, basato su ragioni che sono personali e di poltrona. Né ci commuovono i cosiddetti giovani. Sono vecchi. Sono stati allevati alla scuola del pugnale, dell’agguato e e dell’intrigo.

Il Pd è un corpo dilaniato dalle contrapposizioni. L’unità invocata da Lupo è una facciata colma di crepe. Ognuno amministra una fetta dell’insieme come se fosse un feudo e la usa alla stregua di un trampolino di lancio. Non esiste se non raramente in quelle contrade il sentimento della comunità del partito e della convergenza di interessi. Si preferisce cavalcare una porzione di gloria, quando il vento soffia in poppa, perfino a scapito del resto. L’adesione al diktat lombardiano, oltretutto, è un fatto che incancrenisce la piaga e la rende purulenta. Il programma di cannibalizzazione che il presidente della Regione mette scientificamente in atto nei confronti dei suoi compagni di viaggio sta funzionando (dal suo punto di vista) benissimo, nonostante i distinguo.

Non sarà questo Pd malmesso, perciò, a rappresentare la svolta che la Sicilia attende. Ed è pericoloso darsi in braccio a elezioni amministrative dall’incerto senso complessivo, per cancellare i problemi con l’euforia, cantando vittoria. La gioia malriposta non è mai conveniente. E si paga cara.

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