“I nostri avvocati tre anni fa hanno fatto ricorso alla Corte Europea ritenendo illegale la confisca. Il ricorso è già stato dichiarato ricevibile e aspettiamo con fiducia la decisione della Corte. L’istanza di revocazione si basa, invece, sulle prove nuove”. Sono le parole di Pietro Cavallotti che commenta così il ricorso in appello: “Non riesco a capire come sia stato possibile in un solo processo fare così tanti errori, come se l’obiettivo era quello di arrivare a tutti i costi alla confisca e non invece quello di accertare i fatti. Non è vero che, secondo i pentiti, la mia famiglia era vicina alla mafia. Le loro dichiarazioni sono state travisate o estrapolate dal contesto. Nessuno conosceva i Cavallotti mentre alcuni li hanno indicati come imprenditori vittime di mafia. Sarebbe questa la vicinanza?
Ed ancora: “Non è vero che i pizzini di Agira e Centuripe sono anteriori all’aggiudicazione della gara. Per due lavori ottenuti lecitamente che ammontano ad appena 15 miliardi sono state confiscate aziende che, in oltre 30 anni di duro lavoro, hanno fatturato 190 miliardi. Non è vero che i nostri dipendenti sono stati pagati in nero e non è giusto che, per sostenere questa accusa, sia stato preso come parametro un amministratore giudiziario che, secondo la Guardia di Finanza, si è macchiato di reati gravissimi durante la distruzione delle nostre aziende. I miei familiari non hanno avuto un giusto processo. Ma, nonostante tutto, continuano ad avere fiducia nella giustizia. Chiediamo soltanto obiettività di giudizio e di fare presto perché, dall’inizio della vicenda che ha stravolto le nostre vite, sono già passati 21 anni.

