Una scia di morte e misteri| Quando la mafia non c'entra - Live Sicilia

Una scia di morte e misteri| Quando la mafia non c’entra

Troppi delitti a Palermo sono rimasti senza colpevole.

PALERMO – Se c’è di mezzo la mafia si può sempre sperare nelle rivelazioni di un pentito. È accaduto e accadrà che a qualcuno ritorni la memoria. Altrimenti ai parenti resterà soltanto l’intimo dolore di chi piange la morte violenta di uomini e donne, in una disperazione eterna.

A Palermo c’è chi ha commesso delitti efferati e l’ha fatta franca. Il tempo che scorre cancella ogni speranza di trovare i colpevoli. I fascicoli vengono chiusi, oppure restano aperti, ma si accumula solo polvere.

Quello di Daniele Discrede è purtroppo solo uno dei tanti delitti irrisolti di una città dove i killer fanno i conti con la propria coscienza, (se mai li faranno) guardandosi allo specchio e vedendo riflessa l’immagine di un assassino.

Di troppi delitti si è persa la memoria. Chi si ricorda, ad esempio, della prostituta massacrata a coltellate nei viali della Favorita in un giorno di agosto del 2002. Si chiamava Agostina Guarneri. Del suo assassino si sa soltanto che aveva i capelli biondi. Alcuni furono trovati sotto le unghie della vittima. Troppo poco per rintracciarlo. Solo l’assassino sa perché infierì sul corpo della donna e perché lasciò due banconote sul cadavere prima di andare via. Due anni prima quindici colpi di roncola inferti con una violenza inaudita uccisero l’avvocato Antonio Cipolla. Il luogo dell’orrore non era un parco abbandonato, ma uno studio nella centralissima via Libertà. Sangue ovunque. L’omicida dovette ripulirsi prima di uscire dallo studio e confondersi fra la gente.

Il 16 dicembre 1986, nell’androne di un palazzo in via Petrarca, fu ritrovato il corpo senza vita del medico coreano Ung Park Chun. Era specializzato in agopuntura. Anche lui fu assassinato a copi di pistola. Stessa sorte toccata nel 1990 a Pietro Rosselli, che tutti chiamavano Pedro, il titolare del ristorante “Il fico d’India”, ucciso nel suo locale di via Emerico Amari. Pochi mesi dopo e pochi isolati più in là, nel 1991, ammazzarono Abdel Aziz Ezzine, pure lui ristoratore. Era il titolare del locale tunisino “Al Duar”, assassinato mentre saliva in ascensore nella sua abitazione di via ammiraglio Gravina.

Nel 2006 il cadavere del diacono Giuseppe Pipitone fu trovato in un luogo maleodorante lungo le sponde del fiume Oreto. Gli staccarono addirittura un lobo a morsi. Un anno prima, Giuseppe Antonio Crispino, direttore delle poste di Giardinello, durante la pausa pranzo aprì l’agenzia per fare entrare un uomo che conosceva, il quale prima lo colpì con tre coltellate e poi gli strinse al collo una fascetta di quelle che si usano per i cavi elettrici.

Nei laboratori scientifici degli investigatori sono custoditi i profili genetici degli assassini, estrapolati anche dal più piccolo dei reperti. Stanno lì a ricordare che esistono identità mai svelate e ferite aperte. Se c’è di mezzo la mafia si può sempre sperare nelle dichiarazioni di un pentito per riaprire il caso. Altrimenti vincerà l’oblio e sul campo resteranno le macerie del dolore. Come quello di chi non potrà smettere di piangere Salvatore Coletta, 15 anni, e l’amico Mariano Farina, che di anni ne aveva appena 12, spariti nel nulla il 31 marzo 1992 a Casteldaccia.

 


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