Undici settembre, la storia che lega New York e la Sicilia - Live Sicilia

Undici settembre, la storia che lega New York e la Sicilia

Il legame tra Sigonella e un piccolo paese nell'entroterra, che ogni anno si uniscono per ricordare gli attentati.
L'ANNIVERSARIO
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CATANIA – Divise statunitensi, l’inno italiano e quello americano e il potere della storia di unire comunità distanti migliaia di miglia. Gli echi di venti anni fa tornano a risuonare dove meno ci si aspetterebbe di sentirli, in un paese in mezzo alla Sicilia, Nissoria, unico a commemorare la strage dell’undici settembre 2001 perché tra i più di tremila morti nel crollo delle Twin Towers, quel giorno, c’erano anche due suoi abitanti, più un terzo che si salvò per miracolo. Le storie dei siciliani e degli statunitensi che quel giorno c’erano, e che continuano a ricordare.

Sigonella

La base militare Nas Sigonella si limita a una piccola cerimonia per commemorare l’undici settembre. Sembrerebbe un controsenso: dal perno della presenza militare statunitense nel Mediterraneo ci si aspetterebbe una grande attenzione per la data che ha cambiato per sempre il corso degli ultimi venti anni, per gli Stati Uniti e non solo, e di cui gli echi politici e militari continuano a sentirsi ancora oggi.

Ma se dentro il compound ci si limita a una commemorazione è perché Sigonella ha instaurato quasi in silenzio ma con tenacia una tradizione, un legame con un piccolo paese in provincia di Enna. Tutti gli anni una delegazione di una trentina di militari statunitensi della Naval Air Station va a Nissoria e partecipa in divisa a una cerimonia per ricordare due italo-americani originari del paese, Vincenzo Di Fazio e Salvatore Lopes, che erano nelle torri quando i due aerei dirottati dai terroristi vi si schiantarono. La delegazione incontra il sindaco e le autorità della provincia, dal prefetto ai comandanti delle forze dell’ordine, e dopo una piccola marcia con una banda che suona l’inno italiano e quello americano depongono una corona di fiori vicino a una lapide che ricorda Di Fazio e Lopes e, con loro, tutte le vittime del terrorismo.

Quanto la base di Sigonella e lo stesso comune di Nissoria siano affezionati a questa piccola tradizione lo sottolinea il sindaco del paese, Armando Glorioso, quando racconta che negli ultimi venti anni solo un paio di volte la cerimonia si è fatta senza gli americani, e sempre per motivi di sicurezza, quando la situazione politica era troppo turbolenta e tutte le installazioni dovevano adeguarsi a protocolli molto rigidi. Ma quando possono gli americani arrivano, e cercano di cementare il legame tra le due comunità: “Ogni anno cerchiamo di abbinare a questa ricorrenza un evento perché diventi un’occasione di socialità – dice Glorioso – perché sono cresciuti i contatti tra la base di Sigonella e Nissoria, con attività di protezione civile, di pulizia dell’ambiente, di volontariato: noi siamo tra i comuni che ospitano più spesso i volontari americani nelle loro attività”.

Di fatto i militari di stanza a Sigonella ricordano così l’undici settembre: condividendolo con la Sicilia. “Un caso unico – dice Alberto Lunetta, addetto stampa della Nas Sigonella – non ci risultano altre installazioni statunitensi in Europa impegnate in questo tipo di scambio con il territorio”.

Chi si salvò

Ma da Nissoria arriva anche la storia di chi quel giorno avrebbe dovuto essere nel World Trade Center e si salvò. A raccontarla è Mario Chiara, newyorkese di origine nissoriana, tra i fondatori e gli animatori del legame tra Sigonella e Nissoria: “Mio fratello Benny Chiara lavorava nel Wtc, era il manager di Windows on the world, una delle sale congressi con ristorante più lussuose di New York. Lavorava al 106mo e 107mo piano della torre nord, tra le 12 e le 14 ore al giorno, e gestiva l’attività per conto dei proprietari: assunzione di personale, formazione della squadra. Un luogo in cui andavano tutti i presidenti, perché la vista su Manhattan era la migliore”.

Benny Chiara non mancava mai dal lavoro. Ma da qualche giorno accumulava faccende da sbrigare, e per puro caso quel mattino si svegliò e decise che se ne sarebbe occupato. Quella decisione lo salvò: “Neanche lui sa perché ha scelto quel giorno – racconta ancora il fratello di Benny, Mario – tanto più che era davvero rarissimo, anche per cinque minuti andava sempre a dare un’occhiata al Windows on the world”.

Benny Chiara quando lavorava al Wtc, in divisa da sceriffo e di nuovo manager.

Poi seguirono mesi in cui il crollo delle torri continuò a essere presente nella vita di Chiara: “Quasi tutti i suoi impiegati morirono quel giorno – racconta ancora il fratello – e lui per tre mesi dovette partecipare a servizi e memoriali per le persone scomparse. Si alzava la mattina e da casa sua, a Roosevelt Island, da cui una volta poteva vedere il World Trade Center, non vedeva più nulla. Era un dolore troppo forte, e dopo un po’ decise di trasferirsi in Florida e cambiare vita”. Benny Chiara entrò negli Sceriffi della Florida e dopo molti anni tornò al management. Oggi vive ancora in Florida ma, riferisce il fratello, al solo sentire le storie dell’undici settembre è percorso dalla commozione.

“Massima allerta”

Chi ricorda bene cosa successe quel giorno è anche Kevin Pickard, comandante della Nas Sigonella, che l’undici settembre 2001 era in servizio come pilota di elicotteri. Era appena tornato da un volo quando apprese che due aerei avevano colpito il World Trade Center: “Assistere all’impatto degli aerei sulle torri è stata un’esperienza surreale – racconta Pickard – naturalmente abbiamo immediatamente provato sia rabbia che tristezza. È difficile ricordare tutto quello che è successo quel giorno, perché tutti i componenti della nostra squadriglia erano molto impegnati a preparare i nostri aerei ed i nostri equipaggi a rispondere ad una richiesta di intervento, se richiesto. C’era un’atmosfera lavorativa calma ed ordinaria e tutti noi eravamo pronti a fare ciò che era necessario per difendere il nostro paese e i nostri alleati”.

Pickard sottolinea che “sia il governo italiano che il popolo siciliano hanno sostenuto la comunità americana a ogni livello negli ultimi vent’anni, un affetto che è stato molto gradito dal personale Usa che ha trascorso molto tempo lontano dal proprio paese e dalle proprie famiglie e che è stato segnato dai terribili eventi di quel giorno”. Un giorno che continua ad avere echi nel presente: “Le ultime tre settimane – conclude Pickard – sono state tra le più intense che ho vissuto da quel giorno di venti anni fa e, qui a Sigonella, siamo profondamente grati di aver avuto l’opportunità di assistere al più grande ponte aereo della storia per aiutare a portare negli Stati Uniti molti afghani che hanno lavorato con abnegazione al nostro fianco”.


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Commenti

    E gli Stati Uniti sembrano avere dimenticato il terrorismo guidati anche loro da incapaci . Per compensare il VUOTO ASSOLUTO dovrebbero inventarsi un Draghi il Big Jim del momento.

    Se gli USA avrebbero voluto veramente vendicare le migliaia di vittime dell’attentato al World Trade Center si sarebbero dovuti impegnare a condurre una “vera” guerra attaccando quei luoghi, anche in paesi loro alleati come il Pakistan, dove si riteneva fosse nascosto e dove poi effettivamente è stato trovato Osama Bin Laden, ed inoltre in modo mirato e chirurgico così come usano fare le forze armate israeliane gli edifici di residenza degli attentatori, quasi tutti sauditi, nei loro luoghi di provenienza in Arabia Saudita. Invece è stato attaccato ed occupato proprio l’Afghanistan nonostante fra gli attentatori non ci fosse un solo cittadino afghanistano. Non penso che i governi di Pakistan ed Arabia Saudita, amici degli USA, si sarebbero opposti anzi tutt’altro considerato che Al Qaeda costituiva un pericolo anche per loro, soprattutto per la casa regnante saudita.

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