"Così uccisero mio padre". Burrafato, 44 anni dopo

“Vorrei parlare con i carnefici di papà”. Burrafato, il dolore di un figlio

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Il racconto. Una madre, un padre, un figlio. Quel giorno la mafia...
OMICIDIO DI MAFIA
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PALERMO- “Non provo odio. Non provo più rabbia. Sono passati quarantaquattro anni. Vorrei parlare con i carnefici di mio padre. Vorrei parlare con Bagarella, faccia a faccia. Senza ostilità. Per capire se hanno capito. Se sanno quanto dolore hanno seminato nella vita degli altri”. Ricordiamo queste parole e andiamo avanti con la storia. Le ritroveremo.

Il 29 giugno del 1982, l’anno del Mundial, Antonino Burrafato, vicebrigadiere degli agenti di custodia, nel carcere di Termini Imerese, oggi a lui intitolato, fu ucciso.

La storia di un servitore dello Stato

Dopo diversi anni, la verità è risultata chiara. Leggiamo un estratto dal sito del ministero dell’Interno.

“Le vere ragioni del suo omicidio si conobbero solo parecchi anni dopo quando il pentito, Salvatore Cocuzza, rivelò di essere stato lui stesso parte del gruppo di fuoco e che, quanto accaduto era stato per scelta e volontà del boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina.

In pratica ‘l’errore’ di Burrafato era stato quello di aver applicato il regolamento carcerario al boss. Il brigadiere Burrafato, osservando alla lettera il regolamento, assicurò la regolare notifica di una nuova ordinanza di custodia cautelare al boss Bagarella che, quindi, non poté più recarsi in visita dal padre in fin di vita. Per quel diniego, che Cosa Nostra attribuì esclusivamente all’iniziativa personale dell’agente di custodia, scattò la condanna a morte”.

Il mafioso Leoluca Bagarella

L’incontro e l’intervista

Mancano pochi giorni alla data della ricorrenza. Totò Burrafato, figlio di Antonino, sorseggia un caffè, dentro la canicola, in un bar di via Libertà, vicino alla redazione di LiveSicilia.it. L’attuale presidente della Gesap ha il viso di tutti gli orfani precoci. Il tempo non ha cancellato i lineamenti del ragazzo che è stato. L’addio ha consolidato una linea dell’adolescenza perpetua. Durante la chiacchierata, quel ragazzo salta fuori con le sue lacrime trattenute e con i sorrisi timidi. Come se il tempo si fosse fermato. Ecco il racconto, in presa diretta dalla voce di un figlio.

“Il giorno in cui uccisero mio padre”.

“Avevo sedici anni a mezzo. La scuola era appena finita, frequentavo il quarto anno del liceo classico. C’erano quaranta gradi. Era un 29 giugno fatto dei sogni dell’estate, con una occasione speciale. Intorno alle cinque si sarebbe giocata Italia-Argentina, la prima partita della cavalcata che ci avrebbe portato a vincere il Mundial di Spagna, dopo un primo girone non bello. Papà cercava di preparami alla sconfitta, alla delusione. Io, cocciuto, nutrivo speranza”.

“Alle 14.30, papà prese il caffè e si preparò per tornare al lavoro, in carcere. Aveva con sé il mio dizionario, uno Zanichelli rosso, che doveva essere rilegato. Lo trovarono accanto al suo corpo. C’era poco strada da percorrere a piedi. Io rimasi a casa, immaginando lo scontro tra Gentile e Maradona. Lui, come poi è stato raccontato, incontrò i carabinieri, salutò e proseguì. Gli spararono in piazza. Morì quasi subito. Qualcuno citofonò. Rispose Mimma, mia madre: ‘Signora, sua marito ha avuto un malore, corra in ospedale’. Trovammo una folla enorme, lei ancora con il grembiule, io in pantaloncini e canottiera. Scorsi il primario del pronto soccorso, il dottore Aurelio Pravatà, che scuoteva la testa, ripetendo: ‘Non c’è stato nulla da fare’. Non ho mai più visto Italia-Argentina”.

Totò Burrafato a mare con suo padre

“Ricominciammo dal dolore”.

“Crollò il mondo. Mamma è originaria di Nicosia. Si erano trasferiti a Termini per il lavoro di papà. Termini Imerese rappresentava la sicurezza, la felicità, il posto fisso. Papà pensava a tutto: alle bollette, al conto corrente, alle riparazioni. Mamma ricominciò dal dolore. E scelse di restare lì, proteggendomi, perché io ero nato lì e a Termini avevo i miei amici, la scuola, le mie radici. Non le sarò mai abbastanza grato. Il Mundial lo vissi con una divaricazione tra la festa di tutti e il mio cuore spaccato”.

“Ricordo un episodio. A ottobre, tornai fra i banchi. Un compagno di classe mi convinse a marinare la scuola, pratica a me ignota. Andammo in una sala di flipper, dove si giocava pure a carte. D’improvviso, si aprì la porta. Confusa in mezzo alla luce della mattina, c’era mia madre, vestita a lutto. Mi guardò e uscì. Non disse niente. Non mi avrebbe mai detto niente. Da allora non saltai più nemmeno un giorno di lezione”.

“La ricerca della verità”

“Per tanti anni nessuno seppe niente. C’era stata anche una rivendicazione delle Brigate Rosse. Io mi documentavo, cercavo di sapere. Poi arrivò il pentito Cocuzza. Leoluca Bagarella, un criminale che non ha bisogno di presentazioni, era arrivato a Termini e avrebbe dovuto proseguire per Corleone, fino al capezzale del padre morente. La staffetta tardò e rimase una notte. La mattina dopo gli venne notificato un nuovo mandato di cattura che, di fatto, gli proibì quel viaggio. Da qui la sua ira omicida. Papà aveva fatto solo il suo dovere. Pagò per questo. Nella sentenza di primo grado, il giudice riconobbe il suo profilo di uomo integerrimo”.

Totò Burrafato in una foto recente d’archivio

“I carnefici, vorrei…”

“Non provo odio. Non provo più rabbia. Sono passati quarantaquattro anni. Vorrei parlare con i carnefici di mio padre. Vorrei parlare con Bagarella, faccia a faccia. Senza ostilità. Per capire se hanno capito. Se sanno quanto dolore hanno seminato nella vita degli altri”.

Totò – gli domando a bruciapelo – se tuo padre potesse arrivare, qui e ora, sedersi con noi, dopo un viaggio lungo quarantaquattro anni, cosa gli chiederesti?

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Adesso, in un giorno d’estate, a sorseggiare il caffè con me, c’è soltanto un ragazzo di sedici anni e mezzo, che non ha ancora conosciuto la sua tragedia. Subito dopo torna l’uomo. Totò Burrafato risponde. “Gli chiederei: ‘Papà amatissimo, cosa pensi di questo figlio?’”.

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