PALERMO – Quattro anni ciascuno all’ex presidente Enzo Galioto e all’ex direttore generale Orazio Colimberti. Tre anni ciascuno agli ex componenti del Consiglio di amministrazione Angelo Canzoneri e Paolo Barbasso. Diventano definitive le condanne per la bancarotta fraudolenta dell’Amia, l’ex municipalizzata che si occupava della raccolta dei rifiuti a Palermo.
La sentenza della cassazione è dello scorso fine novembre.
Nessuno al momento andrà in carcere perché l’esecuzione della pena è stata sospesa in attesa che il tribunale di sorveglianza valuti la richiesta degli imputati di affidamento in prova ai servizi sociali.
Gli imputati, a vario titolo, iscrissero nel bilancio del 2005 false plusvalenze derivanti da vendite di automezzi e di immobili per un valore di 16 milioni di euro. Il passaggio da Amia ad Amia servizi Srl fu solo fittizio visto che la società affittò i mezzi che risultavano venduti.
Le false plusvalenze tennero in vita l’Amia che “altrimenti – come ha sostenuto l’accusa – avrebbe dovuto essere ricapitalizzata o messa in liquidazione o assoggettata a procedure concorsuali”. Gli imputati si erano difesi sostenendo che a provocare il crac sarebbero state le assunzioni di personali imposte negli anni dal Comune.
Nel 2013 gli imputati erano stati “salvati” dalla prescrizione in un altro processo. Quello d’appello che riguardava il falso in bilancio nel biennio 2005-2006.
A beneficiarne innanzitutto Galioto e Colimberti che in primo grado erano stati condannati a due anni e mezzo ciascuno.
Lo scorso aprile il Tribunale civile in primo grado ha condannato lo stesso Comune a versare 51 milioni alla curatela fallimentare dell’Amia. Galioto, Colimberti, Canzoneri e Barbasso Gattuso dovranno versare complessivamente 6 milioni per i danni provocati.

