La Sicilia è una terra segnata da decenni di scandali, cattiva amministrazione e pericolose collusioni tra mafia e istituzioni. Questi mali hanno prodotto inesorabilmente una profonda disaffezione, specialmente giovanile, verso la politica che si è tradotta in un astensionismo ormai cronico e impressionante. La rinuncia a partecipare è comprensibile, però estremamente pericolosa.
Quando sono i giovani ad allontanarsi, si lascia campo libero a chi considera la politica uno strumento di potere personale, di scambio clientelare o, peggio, di intreccio con ambienti opachi e addirittura criminali.
Si instaura così un circolo vizioso: scandali che si ripetono, interessi illeciti che si consolidano, lobby e corporazioni che condizionano le istituzioni mentre la mafia si infiltra silenziosamente negli appalti, nella gestione del territorio e nei meccanismi di consenso.
Negli anni più bui delle stragi – Capaci e via D’Amelio su tutte – la Sicilia visse l’inferno. Ancora oggi cerchiamo verità piena sui mandanti di quei massacri e giustizia. Eppure, proprio in quel periodo tanti giovani scelsero di non restare a guardare. Scesero in piazza, stesero lenzuoli bianchi, formarono lunghissime catene umane.
Chi scrive militò nella Rete, il movimento fondato da Leoluca Orlando nel 1991. Venivo dal volontariato cattolico, senza alcuna dimestichezza con i meccanismi della politica. Fu un’esperienza eretica. Fuori dai vecchi partiti, trasversale, radicata sui valori della legalità, della trasparenza, della solidarietà e della partecipazione democratica.
In quegli anni terribili la Rete rappresentò per molti una speranza concreta. Volevamo un’antimafia tutt’altro che di facciata e intesa quale pratica quotidiana di opposizione alle collusioni e alle logiche di potere che avevano permesso a Cosa Nostra di inquinare la vita pubblica. Quella militanza non fu facile, fu rischiosissima. Riempivamo le piazze e i mafiosi si nascondevano ma pronti a tornare.
Fu quell’impegno – insieme al primario lavoro di magistrati coraggiosi, forze dell’ordine e società civile – a contribuire a spezzare la stagione più sanguinaria. Dimostrò che la politica, quando fatta con serietà e idealismo, può davvero cambiare le cose. Oggi serve ripetere quella lezione. Qualcuno lo sta già facendo, giovani deputati, sindaci, assessori e consiglieri comunali che, al di là delle appartenenze, lavorano con competenza e integrità per costruire un domani, vicino, totalmente diverso.
Purtroppo, non basta. La politica del favore e dello scambio resta troppo radicata. La Sicilia ha un disperato bisogno di energie fresche per affrontare le sue mille “emergenze”. Solo i giovani possono portare visioni innovative, conoscenze digitali, sensibilità ambientale e sociale rivoluzionarie, rompendo schemi, metodi e linguaggi logori e stantii.
L’impegno dei giovani – giovani veri, non soltanto anagraficamente – è l’anticorpo più efficace contro il ritorno di pratiche clientelari e collusive. Ai giovani siciliani, quindi, diciamo: non regalate il vostro futuro a chi ha già devastato il passato.
La Sicilia ha bisogno della vostra rabbia sana, della vostra intelligenza e della vostra voglia di cambiamento. Impegnatevi, organizzatevi, candidatevi. La disaffezione è una sconfitta annunciata. La Rete nacque in un momento drammatico proprio per dimostrare che un’altra politica era possibile. Oggi tocca a voi scrivere un nuovo capitolo. Non permettete a nessuno di uccidere la speranza che è dentro di voi e non rassegnatevi, perché la rassegnazione è l’anticamera della morte dell’anima.

