Paolo Gravano, operatore culturale palermitano, scrive per il nostro Focus Giovani
Sin da piccolo sono stato affascinato dalle bellezze che circondano ogni palermitano, dalla chiesa dove si partecipa alla messa agli edifici che accompagnano la passeggiata domenicale in Via Ruggero Settimo.
La mia fascinazione è stata coltivata e alimentata grazie ai miei genitori e ai miei insegnanti, portandomi a scegliere lo studio e la comunicazione del patrimonio artistico e culturale come strada professionale, e fortunatamente oggi, a 22 anni, posso dire di lavorare come educatore museale.
È una strada che molti miei coetanei scelgono e hanno scelto perché la Sicilia è terra di cultura e per quanto venga maltrattata la sensazione è quasi che ci trasmetta questa sensibilità alla nascita, ma non è una strada facile.
“Vuoi fare il disoccupato”
Il sentirsi dire ironicamente “Vuoi fare il disoccupato?” dopo aver comunicato il tuo percorso di studi non è solo un luogo comune, ma un’esperienza che gela il sangue nelle vene e che ognuno di noi vive più volte nel corso della propria vita. E fa male pensare che spesso a fare questi commenti non siano solamente ingegneri, medici e avvocati, ma anche professionisti dell’ambito culturale stesso. Ma io non mi sento di colpevolizzarli perché è vero che esiste un problema in questo settore.
L’incuria e il disinteresse verso il bene comune e quindi anche verso il patrimonio culturale sono dilaganti e si trovano sia nella popolazione sia nei palazzi del potere che della popolazione sono lo specchio.
Specialmente qui in Sicilia, chi opera nel settore dei beni culturali si trova quotidianamente ad affrontare un paradosso: il personale pubblico regionale è in carenza di organico, con tutte le inefficienze che questo comporta, mentre di concorsi pubblici per assessorati o soprintendenze non se ne sente parlare da anni, eliminando completamente il settore pubblico dalle prospettive lavorative di tutti noi giovani operatori della cultura.
Da anni ormai è argomento quotidiano “la fuga di cervelli” e da anni ce ne si lamenta senza fare nulla per fermarla. Nel nostro settore, infatti, ciò che fa “fuggire” è proprio la mancanza di investimenti pubblici nella valorizzazione e nella promozione del nostro immenso patrimonio, che richiederebbe centinaia di figure professionali che il nostro territorio coltiva e forma senza poi dargli la possibilità di rimanere.
Nessun collega mi è mai venuto a dire “Vorrei trasferirmi in Lombardia perché qui non so di che parlare, lì invece avrei moltissimo su cui lavorare”, ma con tanti, parlando, è venuta fuori una frase del tipo “Sai, ho trovato un documento interessante su quel palazzo, ma purtroppo è chiuso al pubblico. Ho provato a scrivere una e-mail a chi se ne occupa, ma aspetto risposta da più di un mese”.
Ho scelto di rimanere per…
Ma chi, come me, sceglie di rimanere nella sua terra e di impegnarsi nel tentativo di cambiare le cose, non lo fa per pazzia o per donchisciottismo, bensì per l’altra faccia della medaglia. La faccia luminosa che non è fatta di certi enti pubblici, burocrazia, certi palazzi del potere, certa politica con la “p” minuscola, ma di persone, di volti di amanti dell’arte e della cultura che vogliono apprendere o trasmettere conoscenze che parlano di bellezza.
Questa rete, così poco nota, non solo esiste, ma si allarga ogni giorno ed è sempre più formata da giovani ragazzi e ragazze, professionisti e professioniste della cultura che credono nelle potenzialità della Sicilia, che questa sia la loro terra natia o meno.
Lo dimostrano i tantissimi spazi espositivi indipendenti dove quotidianamente vengono organizzate iniziative che ruotano attorno all’arte creando connessioni, dibattiti, socialità, nuove idee, ciò che in una parola si può definire come “Cultura”. Molti di questi sono nati dopo il passaggio in città di Manifesta nel 2018, che ha portato anche numerosi artisti di fama internazionale ad aprire atelier nel centro storico.
Questa comunità vive di dialogo e confronto interno che porta alla realizzazione di progetti concreti e che riassumerei con una frase che ho sentito dire ad un collega: “Palermo è un cantiere”. Non si intende con l’usuale accezione negativa legata agli interminabili lavori che abbondano lungo le strade della nostra città, ma con la speranza che qualcosa sia in costruzione, qualcosa che possa cambiare radicalmente la vita dei cittadini.
A frequentare questi spazi non sono persone che aspirano a diventare intellettuali chiusi in una torre d’avorio, infatti, spesso questa rete si intreccia con quella, già ben consolidata a Palermo, delle associazioni che operano nel sociale, dando vita a lodevoli e stimolanti progetti educativi di diffusione della cultura.
I protagonisti, poi, sono gli stessi giovani volti che turisti e visitatori trovano nei musei e nelle gallerie della città pronti a sciorinare con tono allegro e vivace tutte le loro conoscenze per trasmetterle ai propri interlocutori, consapevoli che la cultura non è un bene da chiudere in uno scrigno al buio, ma da esporre in una vetrina luminosa affinché tutti possano arricchirsene.
Non è un caso che, negli ultimi anni, diversi siano gli investitori che acquistano spazi per realizzare luoghi d’arte e di cultura, come il celebre Palazzo Butera, ed ancor meno casuale è che solo nei primi mesi di questo 2026 siano stati annunciati due nuovi grandi progetti che riguardano le ex fabbriche Gulì in Via Noce e Palazzo Forcella de Seta lungo il Foro Italico, finanziati da mecenati stranieri.
Ma al termine di questo bel resoconto la domanda che rimane è sempre la stessa: dov’è l’amministrazione pubblica?
In cerca di certezze
Lasciare la promozione della cultura alle lodevoli iniziative dei privati è molto pericoloso sia per i lavoratori coinvolti nel sistema, che potrebbero veder svanire il loro posto di lavoro da un momento all’altro, sia per i fruitori, per i quali l’ingresso in un museo dovrebbe essere gratuito o quasi, mentre ci si ritrova costretti a spendere cifre anche ingenti per entrare in qualsiasi luogo di cultura che abbia un progetto e un’offerta realmente stimolante.
Decidere di restare, dunque, oggi è una scelta forte forse più del decidere di partire, ma la facciamo in tanti e saremmo molti di più se il mondo del lavoro ci desse più certezze. Perciò la prossima volta che sentirete un ragazzo o una ragazza con la speranza negli occhi dirvi “Io studio storia dell’arte” non rispondete “Vuoi fare il disoccupato?”, ma incoraggiatelo e fate quanto in vostro potere per cambiare la nostra terra se, come noi, credete che la cultura sia il futuro della Sicilia.

