Errori, stonature, speranze: il vecchio e nuovo Totò Cuffaro

Errori, stonature, speranze: il vecchio e nuovo Totò Cuffaro

Cuffaro, il documentario, le parole di Schifani. E quelle esagerazioni.

(Roberto Puglisi) C’è solo un momento in cui non applaude nessuno. Quando Totò Cuffaro dice: “La riabilitazione mi ha tolto la costrizione, ma mi ha dato il diritto di non candidarmi. Il mio tempo per la politica da candidato è finita”. Lo sanno tutti. L’aveva già detto e confermato a LiveSicilia.it. Tuttavia, si avverte egualmente, nella multisala del Politeama, a Palermo, un mormorio imbronciato da bambini al cospetto di un palloncino scoppiato. Magari – pensavano – ha cambiato idea. Magari – speravano – Totò ci comunicherà che è pronto a combattere direttamente. Loro speravano e pensavano. Cioè le facce, le storie e le idee del popolo che ieri è accorso per omaggiare Cuffaro – spiega lui – senza più il cuffarismo. L’occasione era fornita dalla presentazione del documentario sui giorni a Rebibbia. Un’opera solida e forte del regista Marco Gallo, al netto di qualche sbavatura celebrativa che è parsa ridondante. Ma il racconto è filato via sulle corde di una narrazione tesa ed emotivamente evocativa.

Il ‘popolo di Totò’ e Schifani…

La notizia era il ‘popolo di Totò’ che è stato sempre lì. Anche nei giorni di magra, quando non c’era alcuna sfida politica, sia pure indiretta, all’orizzonte. C’erano, mentre lui scontava la pena a Rebibbia. Mentre tornava a casa, senza avere potuto stringere la mano di un padre morente, né appoggiare un bacio sulla sua guancia. Quando era trattato come un cane in chiesa e tanti, perfino coloro che gli avevano baciato la pantofola presidenziale, rinnegavano il reprobo. E’ un legame che si motiva con un affetto concreto. E c’era, a portare il suo saluto, il presidente della Regione, Renato Schifani.

“Se non ci fosse Totò Cuffaro – ha detto il governatore – occorrerebbe inventarlo, non è uno slogan ma è una cosa che sento. Ci lega un rapporto che nasce da tanto tempo, ci ha visto insieme in momenti delicati e dolorosi della sua esperienza. Se come dice la Costituzione la detenzione ha una funzione rieducativa penso che questo principio non sia stato contemplato per Cuffaro, che non aveva bisogno di essere rieducato”. Parole che nascono dalla lealtà di un’amicizia privata e che, al tempo stesso, coinvolgono una disamina pubblica che non è passata inosservata. C’era pure Raffaele Lombardo per esorcizzare con un abbraccio i dissapori di ieri.

Cuffaro e il cuffarismo

Al centro della scena, ecco lui – sia nel film che in platea, per la chiacchierata successiva – Totò Cuffaro. Vecchio o nuovo? Dopo tanti anni di osservazione non riusciamo a trovare una risposta. Possiamo azzardare che il presidente che fu, il carcerato che è stato e l’autoproclamatosi rinnovatore della Dc sono tutti Cuffaro diversi che appartengono allo stesso Cuffaro. “Non c’è più il cuffarismo – spiega Totò -. Forse c’è il cuffaresimo in senso buono, come mi ha detto un mio amico letterato. Il mio sogno? Rifare la Dc a livello nazionale”. Si va sul privato, con le domande della giornalista Nadia La Malfa: “Cosa direi al mio nipotino, che si chiama con il mio stesso nome? Di non commettere i miei stessi errori”.

Però, un po’ di Cuffarismo sopravvive, seppure non discende più dal capostipite – insiste il medesimo – che ha sempre ripetuto di tenere presente la sua vicenda. Riavvolgiamo il nastro di quella già citata intervista: “La riabilitazione è una cosa importantissima che debbo, innanzitutto, alla mia famiglia. Ma io non vivo nell’iperuranio, sono consapevole della pesantezza della mia sentenza di condanna che ho sempre rispettato. E rispettare qualcosa che ti graffia le carni non è agevole, ma è segno di sincerità”. Ed è palese la stonatura – contraria e speculare all’estremismo di chi vorrebbe l’ex detenuto di Rebibbia perennemente sorvegliato speciale – che tenta di mettere tra parentesi l’accaduto, come se fosse una bagattella. Una sentenza definitiva, una volta scontata, schiude il ritorno alla vita: d’accordo. Ma un ‘errore’ del genere – secondo ammissione dello stesso errante – in Sicilia dovrebbe consigliare investiture più sobrie e garantire una continua e onesta rielaborazione.

Una storia umana

Poi, certo, rimane la speranza di una storia umana che è approdata al Burundi, con le sue opere di solidarietà necessarie, con il volontariato del medico di Raffadali. Rimangono le interrogazioni e gli smarrimenti che colgono chiunque nei fondali di una cella. Totò Cuffaro – vecchio e nuovo – si commuove quando parla della sua famiglia, di chi l’ha sostenuto e della disperazione dei compagni di braccio, fino alle estreme conseguenze. Insieme ai dettagli del cuore, sgorgano le lacrime di chi ha vissuto l’inferno in terra, per sua colpa. Non sono meno sincere delle lacrime dell’innocenza. (rp)


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