Dopo il referendum affrontiamo i veri problemi

Il referendum è passato, ora affrontiamo i veri problemi della giustizia

Referendum
Una riflessione dopo il voto

L’Italia si è espressa. Al referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, sullo sdoppiamento del CSM e sulla creazione di un’Alta Corte disciplinare ha prevalso il NO con il 53,74% dei voti contro il 46,26% del SÌ, con un’affluenza inattesa che ha sfiorato il 59%.

Non si tratta solo di un risultato numerico. È la conferma che le modifiche costituzionali di rilievo faticano a passare quando vengono percepite come iniziativa prevalente di una sola parte politica, destra o sinistra che sia.

Un patto condiviso

La Costituzione del 1948 nacque come patto condiviso tra forze molto diverse – comunisti, socialisti, democristiani, liberali e azionisti – e la nostra storia repubblicana ha mostrato più volte che le riforme profonde funzionano meglio quando raccolgono consensi larghi.

La proposta di separazione delle carriere nasceva da un’esigenza reale, condivisa da tempo anche in ambienti non di destra: rafforzare l’imparzialità della giustizia, distinguere nettamente la funzione requirente da quella giudicante e rendere il sistema più equilibrato e trasparente. Molti cittadini e giuristi la ritenevano una riforma utile per ridurre rischi di derive corporative e correntiste e per restituire fiducia nel principio che “la legge è uguale per tutti”.

Tuttavia, nel corso della campagna referendaria la riforma è stata percepita da una parte significativa dell’opinione pubblica e della magistratura come un intervento rischioso per l’indipendenza del potere giudiziario e come uno conflitto politico più ampio. Il voto si è così polarizzato, trasformandosi in buona misura in un referendum sul governo proponente più che su singoli contenuti tecnici.

Maggiore ascolto

Il NO ha vinto, ma il SÌ ha raccolto comunque quasi la metà dei voti espressi, un risultato tutt’altro che irrilevante che segnala come una parte consistente e trasversale del Paese consideri ancora urgente una riflessione seria sul funzionamento della giustizia in Italia.

Questo esito, quindi, non dimostra tout court che la separazione delle carriere sia un’idea sbagliata, né che il sistema attuale sia perfetto e intoccabile. Dimostra piuttosto che su materie costituzionali così delicate serve uno sforzo maggiore di condivisione e di ascolto reciproco, al di là degli schieramenti. La Costituzione non è proprietà di una maggioranza né di una minoranza: è il bene comune di tutti gli italiani. Ogni tentativo di modificarla dovrebbe aspirare a diventare patrimonio condiviso, non terreno di scontro.

Ora, dopo il voto, sarebbe saggio che tanto i sostenitori del SÌ quanto quelli del NO evitassero letture trionfalistiche o liquidatorie e si concentrassero, indipendentemente dalle inevitabili conseguenze politiche dei risultati sul governo e sulla maggioranza attuale, che certamente ci saranno, su come affrontare i problemi reali della giustizia italiana con spirito costruttivo e meno ideologico.


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