Cara Melania,
ti scrivo perché tra tutte le persone che possono permettersi di dire: “Donald, forse anche oggi non è il caso di litigare con mezzo pianeta, per caso non è che stai esagerando?”. Tu sei probabilmente l’unica che può farlo senza essere interrotta a metà frase da un tweet, che di questi tempi è già una forma avanzata di diplomazia.
Ti scrivo da medico, uno di quelli che ogni giorno prova a rimettere insieme i pezzi quando la vita si rompe. E la guerra, cara Melania, è una specie di martello impazzito, non costruisce niente, ma spacca tutto con una precisione impressionante. Corpi, famiglie, equilibri, economie, anche le certezze, che sembravano indistruttibili.
Ora io capisco che tuo marito ami vincere, anzi diciamolo, ama vincere anche quando gioca da solo, ma la guerra non è un torneo di golf e non ci sono trofei lucidi da esibire alla fine. Al massimo c’è una lista di nomi che nessuno vorrebbe leggere e un conto che pagano sempre gli stessi, i più fragili, quelli che non hanno mai deciso nulla.
E poi c’è questa storia della grandezza, “rendere di nuovo grande l’America” è uno slogan potente, non lo nego, ma sai cosa rende davvero grande un Paese? Non quante volte riesce a mostrare i muscoli, ma quante volte sceglie di non usarli. È un po’ come nella vita, urlare è facile, stare in silenzio e capire quando fermarsi è tutta un’altra faccenda.
C’è anche un altro punto che forse da lì si vede meno. Questa Europa un po’ stropicciata, piena di difetti, lenta, burocratica, a volte perfino irritante ma che da decenni è alleata, amica, compagna di strada degli Stati Uniti, un’amicizia vera, di quelle che resistono anche quando non ci si capisce del tutto.
Ecco, questa Europa oggi guarda con una certa inquietudine, perché ai suoi confini c’è già un altro leader che con la pace non ha un gran rapporto, uno che gioca con il potere come fosse una faccenda personale e che, permettimi la franchezza, più che di consiglieri militari avrebbe bisogno di uno bravo davvero ma nel campo della psiche.
E il problema, Melania, è che quando due uomini convinti di non sbagliare mai iniziano a parlarsi a colpi di minacce, il resto del mondo finisce in mezzo, come sempre. E l’Europa, che di queste dinamiche ha pagato il prezzo più alto nella storia, sa riconoscere certi copioni prima ancora che vadano in scena.
Tu che vieni da una terra che la storia non ha trattato con delicatezza, lo sai cosa significa vivere con il rumore della paura. Lo sai cosa vuol dire quando la politica entra nelle case senza bussare e si siede a tavola al posto della serenità.
Allora ti chiedo una cosa, con un pizzico di speranza e un filo di ironia: prova tu, una sera qualunque, magari mentre lui è distratto e non sta firmando nulla di irreversibile, a dirgli qualcosa di semplice. Non serve un discorso alla nazione, basta una frase detta piano, magari mentre spegne la luce (sempre che la spenga lui, questo non lo so).
Perché a volte la storia cambia così, non con i proclami, ma con una domanda messa nel posto giusto.
Digli che la vera forza non è avere l’ultima parola ma sapere quando è il momento di non dirne un’altra. Digli che il mondo è già abbastanza stanco, che non ha bisogno di altri leader che giocano a Risiko con le vite degli altri e pure con l’economia, che poi quando crolla non guarda in faccia nessuno, nemmeno i conti in banca più robusti.
Io nel mio piccolo continuo a vedere ogni giorno cosa succede quando si arriva troppo tardi e ti assicuro che “troppo tardi” è una frase che non dovremmo permetterci a livello mondiale.
Non ti chiedo un miracolo, Melania. So che non è semplice convincere qualcuno che è convinto di avere sempre ragione, conosco bene il tipo, anche se in scala ridotta.
Ti chiedo solo di provarci, con grazia, con intelligenza, magari anche con quel tuo sorriso rassicurante.
Perché a volte la storia cambia così, non con i proclami ma con qualcuno che ha il coraggio di dire: basta!
E se proprio vuoi colpirlo, vai sul pratico, digli che la pace è l’unico affare in cui non fallisci mai. Che non devi licenziare nessuno, non devi mentire a nessuno e soprattutto, non devi spiegare dopo perché hai fatto un disastro.
Perché, vedi, alla fine la guerra è un po’ come certe brutte idee, all’inizio sembrano geniali, poi ti esplodono in mano. Solo che qui non saltano i sondaggi, saltano le persone.
E quelle purtroppo non si ricostruiscono, non si rifanno, non si rilanciano. Quindi, cara Melania, mettici una parola, magari anche due. Anche una sola, ma detta bene.
Perché il mondo non ha bisogno di altri uomini forti, ha bisogno, disperatamente, di qualcuno che li fermi. Con rispetto e anche un po’ di urgenza, uno che ogni giorno prova a curare, mentre altri continuano a ferire.
P.S. Se davvero Donald punta al Nobel per la Pace, digli che non basta annunciarlo o twittarlo: lì non vinci proclamando la pace, la vinci non distruggendo il mondo. Spoiler: non è un reality show.

