Un passaggio importante, che potrebbe incidere sulla legislazione che regolamenta le misure di prevenzione. La prima sezione della Corte europea dei Diritti dell’uomo ha rimesso il “Caso Cavallotti” alla Grande Camera, il massimo organo di Strasburgo.
Ad annunciarlo sono i difensori dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno, gli avvocati Baldassare Lauria, Stefano Giordano e Alberto Stagno d’Alcontres.
Il caso è quello dei fratelli Vincenzo, Salvatore Vito e Gaetano Cavallotti. Finirono sotto processo. Il reato di turbativa d’asta fu dichiarato prescritto, mentre arrivò un’assoluzione nel merito dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Non era stata raggiunta la prova della loro colpevolezza, ma erano emersi elementi che ne tracciavano la contiguità con i boss Ciccio Pastoia e Benedetto Spera, fedelissimi di Bernardo Provenzano, che li sponsorizzarono nei lavori della metanizzazione in diversi Comuni. “Vittime del pizzo e non complici di mafiosi” hanno sempre ribadito con forza i fratelli Cavallotti.
Le accuse fecero scattare le misure patrimoniali, il sequestro e la confisca definitiva dei beni. “Questa decisione da Strasburgo è il primo squarcio di luce in un abisso di ingiustizie”, commenta uno dei figli, Pietro Cavallotti a cui, invece, i beni sono stati restituiti dopo l’inziale sequestro. “Restano le macerie”, dichiarò a LiveSicilia.
Il collegio composto a 17 giudici dovrà pronunciarsi sulla compatibilità della confisca di prevenzione applicata anche in assenza di una condanna penale con la convenzione dei diritti dell’uomo.
È il doppio binario della giustizia. Gli indizi e i sospetti di mafiosità, che non portano ad una condanna penale, possono essere sufficienti per confiscare i patrimoni in quanto indice di pericolosità sociale qualificata.
Un nodo fondamentale ora rimesso alla Grande Camera che dovrà fornire orientamento stabile per il futuro.

