CATANIA – Perché l’Etna erutta così frequentemente portando notevoli disagi agli abitanti di Catania e provincia nonché ai tanti viaggiatori che transitano dallo scalo di Fontanarossa? Ce lo svela uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research dall’Università di Losanna e al quale ha partecipato ancheAnna Rosa Corsaro, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania.
L’origine dell’Etna
La ricerca apre una nuova pagina nella comprensione del vulcano simbolo della Sicilia, suggerendo che la sua origine potrebbe essere unica al mondo. Facciamo il punto. L’Etna è il vulcano più attivo d’Europa e uno dei più monitorati al mondo, eppure la sua formazione è sempre rimasta un enigma. Non rientra infatti in nessuno dei tre principali modelli geologici conosciuti.
Non si trova lungo il confine diretto tra due placche tettoniche, non è un vulcano da subduzione – come quelli tipici dell’area del Pacifico – e non è nemmeno associato a un hotspot, cioè a una risalita di materiale caldo dal mantello terrestre come accade alle Hawaii.
Eppure, presenta caratteristiche che sembrano appartenere a più categorie contemporaneamente: si trova vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica è simile a quella dei vulcani da hotspot.
La scoperta: un “petit-spot” su larga scala
Analizzando campioni di lava prodotti negli ultimi 500.000 anni, i ricercatori hanno scoperto un dato sorprendente: la composizione del magma è rimasta sostanzialmente stabile nel tempo, nonostante i cambiamenti del contesto tettonico.

Questo ha portato a una nuova ipotesi. l’Etna sarebbe alimentato da piccole quantità di magma presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri di profondità. Questi magmi risalirebbero in superficie in modo discontinuo, spinti dai complessi movimenti legati alla collisione tra la placca africana e quella eurasiatica.
Secondo gli studiosi, il vulcano potrebbe appartenere a una quarta categoria poco conosciuta: quella dei cosiddetti “petit-spot”, finora osservati solo in piccoli vulcani sottomarini.
Il rischio vulcanico
La scoperta non è solo teorica, ma può riguardare la vita dell’intera area ai piedi del vulcano. Comprendere meglio il “motore” dell’Etna potrebbe avere ricadute concrete sulla previsione delle eruzioni e sulla gestione del rischio. Un sistema alimentato in modo continuo, ma frammentato, spiegherebbe infatti la frequenza delle attività eruttive, che spesso causano disagi alla popolazione e al traffico aereo.
I risultati dello studio aprono inoltre nuove prospettive per l’analisi di altri sistemi vulcanici nel mondo, suggerendo che meccanismi simili potrebbero essere più diffusi di quanto si pensasse. Insomma, per Catania e la Sicilia, significa convivere con un vulcano ancora più complesso – e affascinante – di quanto immaginato finora.

