CALTANISSETTA – È in corso davanti al Tribunale di Caltanissetta il processo “Depistaggio bis” sulla Strage di via D’Amelio, incentrato sulle presunte false testimonianze rese da quattro poliziotti in relazione alle indagini sull’attentato in cui morì il giudice Paolo Borsellino.
Imputati sono Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco, tutti appartenenti al gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, la squadra guidata dall’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera che gestì il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino.
Secondo l’accusa, i quattro avrebbero mentito o taciuto circostanze rilevanti nel corso del primo processo sul depistaggio, conclusosi con la prescrizione per altri tre poliziotti.
Il processo mira a chiarire le responsabilità nella gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino, e a individuare eventuali livelli superiori che avrebbero orientato o coperto il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.
Scarantino, secondo l’accusa, sarebbe stato “indottrinato” dai poliziotti imputati nel primo processo per far sì che venissero accusati della strage persone innocenti. Il processo è presieduto dal giudice Giuseppina Chianetta.
Un ex agente in aula: un carabiniere mi consegnò la valigia di Borsellino
“Mi ricordo che il mio caposquadra, l’ispettore Lo Presti mi disse di prendere la valigia del dottore Borsellino, o meglio in quel frangente percepii che era la borsa del giudice ma ero più impegnato a pensare ai feriti. Un carabiniere senza divisa mi ha consegnato questa valigia bruciacchiata. L’ha data a me perchè sull’evento procedeva la polizia. L’ho messa in un’Alfa 33, una delle macchine di servizio. Ricordo che c’era anche un’altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell’altra. Può essere che fosse di un funzionario ma, devo dire la verità, c’era quest’altra valigia”.
Lo ha detto l’ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino, sentito come teste al processo sul “depistaggio bis” sulle indagini della strage di via d’Amelio a Palermo, che si tiene a Caltanissetta e che vede imputati i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Sono accusati di avere dichiarato il falso durante il processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio a carico di tre loro colleghi. Il poliziotto ha ripercorso i drammatici momenti dopo l’esplosione dell’autobomba in via Mariano d’Amelio il 19 luglio 1992 in cui furono uccisi il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque polizotti della scorta.
“Ero in servizio alle scorte, aggregato alla ‘catturandi’, e mentre ero in auto con l’ispettore Lo Presti, e credo un altro collega sentimmo questa fortissima esplosione, che si sentì in tutta Palermo. Ci recammoi in via d’Amelio.
Io sono rimasto in macchina da solo e ho visto il poliziotto, unico sopravvissuto, Antonio Vullo. Era ferito ed era convinto che gli altri colleghi fossero ancora vivi e mi ha indirizzato verso la portineria. Però poi ho visto che i colleghi erano tutti a terra”.
“C’erano resti umani per strada – ha continuato – Vullo era in stato di choc, col sangue in faccia, gli usciva anche sangue dal naso. L’ho fatto soccorrere da un’ambulanza. Era in stato confusionale e puntava la pistola contro le persone. Era convinto che qualcuno volesse finirlo. E gliel’ho fatta togliere. C’era uno dei colleghi che sembrava ancora in vita perché non era ustionato ma poi sono andato a Villa Sofia e ho saputo che era morto. C’era un caos enorme. Dai palazzi, uscivano bambini, donne in vestaglia, persone ferite. Poi ho visto il dottore Ayala, è uscito con le pantofole e i calzini bianchi”.
La pm Chiara Benfante ha chiesto poi se sul luogo della strage fosse presente qualcuno dei servizi segreti. “No – ha risposto Infantino – o meglio, nessuno si è qualificato come tale”.

