Un nome, due antimafie

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L'antimafia di Manfredi, con il suo coraggio, con la sua determinazione e la limpidezza di un'orazione civile. E poi l'altra: l'antimafia che urla, nel nome di un'agenda rossa.

I Borsellino
di
2 min di lettura

Ci sono due antimafie: una che merita affetto e rispetto, una che dovrebbe lasciare liberi i luoghi della memoria. E portano lo stesso cognome.

C’è l’antimafia di Manfredi. Ripercorriamo i frammenti di ciò che è accaduto sabato a Palazzo di giustizia. Il figlio di Borsellino che parla con forza e pacatezza, vegliato da un gigantesco corazziere. L’involontaria ma esatta iconografia di un messaggio istituzionale alla nazione, davanti al presidente Mattarella. Un’orazione civile, sancita dall’abbraccio del Capo dello Stato, per dire che l’antimafia dei paraventi e delle bugie è finita. E che è giunta l’ora di smetterla con certe rappresentazioni giullaresche della legalità, specialmente se si riducono a profanazioni del sacrificio.

Niente sarà più eguale alla sua mascherata, dopo le parole del figlio di Paolo che hanno fatto storia e cronaca. Nessuna finzione potrà più essere spacciata per realtà, dopo la presa di posizione di un servitore dello Stato che, intervistato da Felice Cavallaro per il ‘Corriere’, conferma e va oltre: “Aveva ragione Sciascia. Aveva semplicemente sbagliato persona indicando il nome di mio padre”.

Poi c’è l’altra antimafia, quella dei reduci del Pleistocene; senza girarci intorno: quella di Salvatore Borsellino. E lo scriviamo con l’attenzione dovuta alla sofferenza di un uomo che ha perso suo fratello in circostanze atroci. Eppure, l’umana condivisione, disposta ad abbracciare il dolore e a confrontarsi su tutto, non può andare oltre. Non possiamo accettare il sequestro della memoria, in nome di un’agenda rossa, né che via D’Amelio sia un’isola chiusa a chiave, ostaggio dai ‘trattativisti’ che garantiscono la patente di antimafiosi doc solo a coloro che rendono omaggio a una suggestione di complotti ormai desertificata. Tanto solitaria e dismessa che nemmeno gli abbracci tra il congiunto della vittima e Massimo Ciancimino ne risollevano l’audience.

Ma ognuno può vederla come vuole. E il punto dolente sta proprio nell’ossessione di un pensiero unico: perché – su questo, sui processi e su molto altro – sarebbero necessari la franca discussione, un sincero scambio di idee, una diversità di accenti, stanze con le finestre aperte. Invece, no. Da anni via D’Amelio è simbolicamente prigioniera di una sorta di ordine religioso, aggiogato a una verità mistica e urlata – e come può esserci ricerca della verità, se non c’è il dubbio? – di una confraternita che benedice o critica i visitatori a seconda del grado di fede.

Ecco perché la gente ha abbandonato i luoghi del martirio di coloro che non abbiamo mai smesso di amare. Ormai percepisce questa antimafia come un ibrido tra retorica e fanatismo. Ne ha annusato l’odore stantio. E non le crede più.

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