Per favore, lasciate in pace | Falcone e Borsellino

Per favore, lasciate in pace | Falcone e Borsellino

Per favore, lasciate in pace | Falcone e Borsellino

In ogni polemica pubblica vengono chiamati in causa, per dare forza ad argomentazioni risibili. In ogni contesa basta pronunciare il loro caro nome per cercare la ragione, evitando il torto. E così l'antimafia del presente tenta di coprire i suoi errori e le sue manchevolezze.

Lo diceva Falcone. Lo diceva Borsellino. Ai tempi di Falcone. Ai tempi di Borsellino. Continuiamo il lavoro di Falcone. Continuiamo il lavoro di Borsellino. Io ero il figlio prediletto di Falcone. Io ero il discepolo alla destra di Borsellino. Sembrano telegrammi e sono, invece, le tessere che compongono il mosaico del professionismo dell’antimafia, nel senso letterario e sciasciano della definizione.

In ogni polemica pubblica, nelle contese, nei distinguo, quando si vuole coprire una nudità, o celare un difetto, non c’è più azzeccato stratagemma: mettere in mezzo il nome dei carissimi morti, per chiudere la discussione. Chi, infatti, al cospetto di un ‘lo dicevano Giovanni e Paolo’ potrebbe obiettare alcunché, a prescindere dal contesto? Chi potrebbe rimproverare qualcosa a coloro che si fanno scudo del cognome dei martiri? Come contraddire la suggestione degli eroi siciliani, sminuzzata e servita nell’occasione propizia, per zittire l’avversario di turno? E’ un’arte da pistoleri e da pokeristi, ormai: il primo che esclama ‘Falcone e Borsellino’ si prende tutto il piatto; il più svelto a tirare fuori il pistolotto della retorica ha vinto.

E’ uno dei notissimi trucchi di scena – nessuno si senta coinvolto, se in buonafede – del professionismo antimafioso che riempie le proprie voragini con la terra consacrata della memoria. Infatti – davanti a questo sacro sventolare di spoglie – non c’è obiezione che tenga, né freccia che raggiunga il bersaglio. La forza dell’altrove annulla ogni critica all’antimafia di questi grami giorni, sposta la questione dal suo povero presente al suo glorioso mausoleo, mascherando lo smarrimento con la mistica del martirio, sovrapponendo le stimmate e la sobrietà di ieri a certi sfarzosi banchetti di adesso. Così, Giovanni e Paolo vengono abbondantemente chiamati alla ribalta per un grottesco inchino; diventano gli involontari coppieri di una coltivata impostura.

Lo diceva Falcone. Lo diceva Borsellino. Ma chissà cosa dicevano davvero i due giudici che non ebbero mai, in vita, il consenso che ricevono in morte. Perché di Falcone, appunto, si diceva che si era messo da solo la bomba all’Addaura, che si atteggiava a sceriffo, che era un ambizioso e spregiudicato, capace di vendersi ai socialisti e al ministro Martelli per un incarico romano. Perché di Borsellino, appunto, si diceva che gli garbava la procura sul mare di Marsala, che era, proprio lui, un professionista dell’antimafia: e chi lo disse – il grande Sciascia – poi capì di avere azzeccato il concetto, sbagliando clamorosamente esempio. E se ne dicevano tante, di cotte e di crude, a opera, spesso, di coloro che oggi santificano ‘Giovanni e Paolo’ come icone di tutti. Invece, non lo erano.

Erano – il dottore Falcone e il dottore Borsellino – i campioni di una bella Sicilia e di un’onesta antimafia, entrambe minoritarie, destinate, da sempre, al deserto delle buone intenzioni altrui. Che almeno siano lasciati in pace, da morti, come non accadde quando erano vivi.


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