Le differenze tra vecchi e "nuovi" | Che pensione andrà ai regionali

Le differenze tra vecchi e “nuovi” | Che pensione andrà ai regionali

Le differenze tra vecchi e “nuovi” | Che pensione andrà ai regionali

Ecco cosa emerge dal report commissionato dal Fondo Pensioni.

PALERMO – Che pensione andrà ai dipendenti regionali? Nello studio commissionato dal Fondo pensioni non c’è una risposta diretta a una domanda come questa, ovviamente. Ma nelle pagine del report è possibile trovare dati e spunti che possono certamente fornire una idea di massima. E a saltare all’occhio è la grande differenza, da un lato, tra i dipendenti del “contratto 1” e quelli del “contratto 2”; dall’altro, quella tra dirigenti e “non dirigenti”.

La fotografia scattata dal Fondo ha immortalato la situazione al 31 dicembre del 2013 quando i dipendenti “attivi” erano 16.716 (di cui 1.625 del Corpo Forestale). L’età media dei lavoratori regionali è molto alta: 52,5 anni, mentre l’anzianità di servizio media è di 18,6 anni. Con le nuove norme, i requisiti per andare in pensione sono quelli della legge Fornero: da quest’anno, per la pensione di vecchiaia serviranno 66 anni e 7 mesi, oltre a 20 anni di servizio. Mentre per la pensione di anzianità saranno necessari 42 anni e dieci mesi di lavoro per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne. Tra il 2016 e il 2020, però, è stato previsto un periodo tansitorio, durante il quale il dipendente che ne faccia domanda, può andare in pensione con le norme “pre-Fornero”: leggi che consentono di andare “a riposo” un po’ prima. Ma con una decurtazione della pensione prevista del 10 per cento per chi andrà via nel 2016, e del 15 per cento per chi lo farà tra il 2017 e il 2020.

La retribuzione media pensionabile, ovvero l’intervallo di cinque anni sui quali si calcola la parte retributiva della pensione, è diversa per chi è stato assunto prima o dopo del 1986. Nel primo caso, infatti, grazie al calcolo frutto di una legge regionale che consente, in molti casi, di ottenere una pensione pari all’ultimo stipendio, questa ammonta in media a quasi 47 mila euro annui. Nel secondo caso, nel quale si applicano già le norme statali, con un calcolo che consentiva di acquisire un assegno non superiore all’80 per cento dell’ultima retribuzione, è di gran lunga inferiore: un collega dello stesso “livello” rispetto a quello assunto prima del 1986 riceverà una pensione calcolata su una base di 35.600 euro annui: mille euro al mese in meno.

La classe di età più vicina al pensionamento è quella ovviamente compresa tra i 55 e i 64 anni: dentro questo range, si trova un terzo del numero complessivo dei regionali: quasi sei mila dipendenti, con una “retribuzione media pensionabile” superiore ai 50 mila euro. Chi potrà o deciderà di andare in pensione, tra questi, si assicurerà una pensione media comunque superiore ai 40 mila euro annui.

Ma ovviamente questa è una cifra “di mezzo”, che non rende giustizia alle differenze, notevoli, tra le pensioni dei dirigenti e i dipendenti del “comparto”. La base retributiva sulla quale verranno calcolate le pensioni dei dirigenti più prossimi a fuoriuscire dal mondo del lavoro, infatti, è superiore ai 77 mila euro annui. Una quota che sale a oltre ottantamila per quelli assunti prima del 1986. La loro pensione, quindi, euro più o euro meno, sarà di poco inferiore ai seimila euro mensili. Tutta un’altra storia per i dipendenti “semplici”, non dirigenti. Per loro la retribuzione media sulla base della quale calcolare la pensione è di 36.629 euro. Anche in questo caso qualche differenza tra quelli, nelle classi d’età più vicini alla pensione, assunti col “contratto 1” e quelli assunti in anni più recenti. Si tratta di una retribuzione comunque superiore ai 40 mila euro annui. La pensione quindi ammonterà, in media, a poco meno di tremila euro al mese. Non certo, comunque, una pensione da buttare via.

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