PALERMO- Il dottore che accompagna tutti i Peter Pan nell’ultimo sonno, nel battito di palpebre che li conduce all’Isola che non c’è, ha la faccia di un uomo che riesce a coltivare una sommessa felicità, nonostante tutto. Ha un nome – si chiama Teo Pinto – che rammenta l’eco di un pirata buono, uno che si è alleato con i bimbi sperduti per combattere il dolore e il suo uncino.
Il dottore Pinto – per chi lo conosce – è la figura che si accomoda sulla poltrona del soggiorno, in situazioni molto difficili, e non si muove. Perché? “Perché non ho mai abbandonato né una famiglia, né un bambino”. Lui presta il suo camice bianco all’opera della Samot, che culla il male, con le cure palliative, fino a quando non si addormenta. Ascoltarlo, incontrarlo, parlarci, significa addentrarsi in una penombra che mette paura. Eppure, al tempo stesso, rivela un chiarore di speranza.
Teo Pinto precisa subito: “Non mi faccio carico soltanto dei bambini, anche dei grandi. Ma, quando capitano, i casi pediatrici vengono indirizzati soprattutto a me”. Lampeggia ancora un ‘perché?’. “E’ successo quasi per una coincidenza – dice il dottore – nel 2012. La mia prima storia, da medico, con una bambina che aveva bisogno di una terapia del dolore”. E pronuncia il suo nome che ricorda un soffio di vento sulla vela di una barca, mentre scivola sull’azzurro, senza avere fretta.
“Era dolcissima e vivace – racconta Teo – . E’ andata bene, nel senso che noi siamo riusciti a garantirle un percorso sereno, fino alla fine. ‘Noi’, cioè un prezioso lavoro di squadra che impegna dottori, psicologi, infermieri e diversi operatori.
“L’aspetto più complesso – spiega il dottore Teo – in un frangente tanto speciale è comunicare adeguatamente con i genitori, introdurli, con le dovute cautele, con l’approccio più utile, all’idea inaccettabile della morte di un figlio. Non è semplice discutere, per esempio, di sedazione profonda”. E qui il medico della Samot, ulteriormente, puntualizza: “Non è vero, come talvolta, malamente, si pensa che la sedazione profonda sia una forma di eutanasia all’italiana. Non provoca la morte, permette di viverla con maggiore umanità. Anzi, spesso, chi la sperimenta sopravvive di più”.
La bambina col nome di vento nelle vele, dunque: “Si era stabilito un bel rapporto. Mi mandava sms: ‘dottore, quando vieni, ho bisogno di te’. Aveva dieci anni. Sa, nessun bambino ti chiede: ‘sto morendo?’. Tutti, però, vogliono sapere se staranno meglio, se potranno fare le cose che non riescono più a fare: camminare, giocare, correre. Allora, bisogna starci attenti a non illuderli, senza negare mai la speranza”. Nel suo profilo facebook, il dottore Teo ha scolpito virtualmente una frase: “Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino alla fine”. Il senso del suo mestiere.
“Il secondo bambino – il racconto continua – aveva un comportamento da adulto. Capiva tutto e tutto voleva sapere. Mi ha insegnato tanto. E’ la complicata benedizione del mio lavoro: impari a fregartene delle sciocchezze, delle cazzate, si può scrivere? Magari te la prendevi perché ti strisciavano la macchina nuova… Tutto diventa relativo quando entri in contatto con la profondità di esperienze del genere. Rivedi la scala delle priorità e incontri persone meravigliose”.
Teo non dimenticherà mai il coraggio di una madre: “Il piccolo stava soffrendo un po’ e io aspettavo l’infermiere per la sedazione. Ero titubante sul modo di esprimermi, sulla comunicazione. Di solito, appunto, papà e mamma, inconsciamente, non accettano la necessità di lasciare andare un figlio, quando è giunto il momento. E si può comprendere. Quella mamma, sa, venne lei da me e mi affrontò: ‘dottore, cosa stiamo aspettando?’. Un amore che non scorderò mai e che si era trasformato in estrema consapevolezza per lei e per il suo compagno di viaggio”.
Negli occhi del dottore traspare il riflesso di tanti volti incardinati nell’eternità di un’infanzia perenne: “Vorremmo dare un messaggio di speranza, sì, ecco perché ho accettato di parlare di me, di noi, e non succede quasi mai – sussurra – la vita è bella e va garantita con dignità e rispetto fino all’ultimo respiro”.
L’ultimo fiato. L’ultimo sonno di un’anima bambina che sbarca sull’Isola dove tutti sbarcano. E porta con sé l’ultima goccia d’amore. Tutto l’amore che c’è.

