"Sapevo di potere morire, sono salva e dico: vaccinatevi"

“Sapevo di potere morire, sono salva e dico: vaccinatevi”

Raffaella Hopps, medico del Civico, racconta la sua esperienza con il Covid

PALERMO- Raffaella Hopps, cinquant’anni, medico del pronto soccorso dell’ospedale Civico di Palermo, da poco è tornata alla vita che non ha mai avuto paura di perdere. Perché è credente e perché è una dottoressa in prima linea. E chi regge fra le sue mani il dolore degli altri, nella carne e nell’anima, considera il suo come una eventualità concreta, non teorica, da affrontare senza disperazione.

Quando abbiamo scritto del suo Covid in forma molto grave, senza farne il nome, tanti l’hanno riconosciuta lo stesso. Una questione di essenza che permette di risalire all’origine di una pianta, di un fiore o di un’esistenza. Qui Raffaella racconta alcuni suoi giorni in ospedale, da paziente, nel pronto soccorso in cui opera. Anche chi scrive, come moltissimi, ha seguito con apprensione lo svolgimento della storia. Ecco perché la successiva chiacchierata conserva un tono affettuoso, di quell’affetto semplice e condiviso che, soprattutto di questi tempi, ha il calore del pane appena sfornato.

Raffaella, come stai?
“Bene, il primo gennaio rientro in servizio. Non ne posso più di stare a casa”.

Quanto saturi?
“Sai che stamattina non ho controllato? Aspetta… Novantasette!”.

Ottimo.
“Infatti ora riesco a parlare tranquillamente, dovrai essere tu a fermarmi. Sto meglio anche psicologicamente. Quando mi sono ammalata, la prima reazione è stata la rabbia”.

Credo che sia comprensibile.
“Ho pensato: mi batto per chi sta male, lotto, soffro con loro. Devo stare bene, essere utile, non può capitare giusto giusto a me”.

Invece è successo
“Sì, mi sono trovata dall’altra parte della barricata e lì ho approfondito quello che già sapevo. Siamo tutti in lotta contro il Covid, tutti, nessuno escluso. Hai presente Totò ‘A livella’? La malattia non distingue”.

Ho presente. Da dove è venuta la tua forza?
“Dalla mia famiglia e dai miei amici, sono cresciuta nella passione del bello, del buono e del giusto. E ho accettato di raccontare tutto come una testimonianza”.

Cosa ti ha colpito di più?
“L’affetto che mi ha circondata. Io cerco sempre le persone in una relazione umana e sono stata sopraffatta, dolcemente, dalla benevolenza, dall’amicizia, dal calore che ho avvertito mentre ero in ospedale, con le preghiere. Quando ho riacceso lo smartphone avevo millequattrocento messaggi. L’avevo tenuto spento: non potevo parlare, non potevo camminare e respiravo a malapena. Voglio ringraziare tutti”.

Qualche nome?
“Due, in rappresentanza. Massimo Geraci, il mio primario, che non mi ha mollata un attimo e Mario Spatafora, il mio maestro, che mi ha insegnato la differenza tra essere medico e fare il medico”.

E tu sei un medico.
“Sì”.

E ci sono quei colleghi che ti sono stati accanto.
“Il pronto soccorso del Civico è l’altra mia famiglia. Un posto dove vivere e dove morire. Sono stata fortunata perché con me c’erano le persone care con cui lavoro, anche mia sorella Barbara, infermiera lì per l’emergenza Covid. A fine turno venivano tutti a salutarmi: medici, infermieri, operatori socio sanitari, la signora delle pulizie… Non mancava nessuno”.

E c’era appunto tua sorella Barbara.
“Con cui ho un rapporto meraviglioso. Il suo sostegno mi ha dato grandissimo coraggio. E poi quegli indimenticabili compagni di sofferenza accanto a me. Un uomo del ‘72, una donna del ‘68. Sono stati costretti a intubarli. Appena torno in ospedale li cercherò, spero di avere buone notizie. E adesso vorrei gridare: vaccinatevi! Avrei voluto io questa possibilità, visto quello che ho passato!”.

Cos’altro ricordi?
“Il dolore incessante. Gli aghi conficcati. Il catetere. I prelievi continui. Il pianto degli altri di cui ero consapevole, perché ero al tempo stesso intontita e lucidissima. E poche risate che si mischiavano alla tristezza per le chiamate a casa di qualcuno”.

Sapevi di potere morire?
“Certo, sono un medico”.

Avevi paura di morire?
“No, avevo paura delle lacrime di chi sarebbe rimasto. Ho la fede. E immaginavo che il pronto soccorso sarebbe stato ancora più sconvolto, nel dolore di quei giorni tremendi in cui si intubavano pazienti direttamente in ambulanza”.

Il tuo pensiero più ricorrente?
“Pregavo: se devo andarmene, almeno sia un sacrificio utile, almeno la gente non stia più male”.

Grazie, Raffaella.
“Sono io che ringrazio tutti”.

Credimi, siamo noi che ringraziamo te.


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