A che servono le grandi opere? | Meditate gente sul flop del tram

A che servono le grandi opere? | Meditate gente sul flop del tram

A che servono le grandi opere? | Meditate gente sul flop del tram

Il traffico a Palermo, tra grandi desideri e conti che non tornano.

PALERMO – Il desiderio chiamato tram non si è avverato. Almeno non nei modi auspicati dall’amministrazione palermitana. La nuova, fiammante opera voluta da Orlando non sta in piedi da sola, così come si sperava. Un fallimento? Difficile dirlo, oggi. Ma un po’ di conti, evidentemente, non sono tornati. E così la grande opera che avrebbe dovuto far compiere un passo in avanti verso la civiltà, rischia adesso di trascinare nel baratro la stessa Amat che ne sta curando la gestione: nei primi sei mesi dell’anno, come ha ricostruito Roberto Immesi, le perdite dovute a due fattori concomitanti come il mancato avvio della Ztl e, appunto, i costi di gestione del tram, ammontano a oltre 5 milioni (più di 4 milioni solo, appunto, per la gestione della nuova opera). E di qui a dicembre potrebbero triplicarsi. Ne valeva la pena?

Se lo chiedono in tanti, e il dubbio è legittimo. Non solo per i disagi – scontati – che un cantiere come quello del tram per anni ha provocato in città (si dirà, com’è giusto, che non c’è cantiere che non crei disagi), ma anche per l’effettiva utilità di un mezzo che non fa altro che cucire le periferie, guardandosi bene dal giungere fin dentro la carne viva, nel cuore della città. Un città, tra l’altro, come dimostrano i dati forniti dal Ministero delle Infrastrutture, che non sembra culturalmente né pronta, né disposta all’utilizzo del mezzo pubblico: solo il 14 per cento dei palermitani, nel 2015, ha usato l’autobus. Numeri non paragonabili nemmeno a un città “sociologicamente” simile come Napoli. Tralasciamo per carità di patria i confronti con le metropoli italiane ed europee.

Insomma, ai siciliani interessano davvero “le grandi opere” per lo spostamento? E l’amministrazione Orlando non avrà, forse, sbagliato direzione? Imboccato la strada sbagliata? Di fronte a cittadini che snobbano il mezzo pubblico, ecco le stangate per la stragrande maggioranza dei palermitani: nel 2015 due su tre hanno usato l’automobile. Due palermitani su tre sono stati costretti, in questi anni, a gimkane e code interminabili. A strisce blu selvagge e, per ultimo, a limiti di velocità che suonano come una vessazione, un modo per far cassa e basta.

La cassa, anche quella piange. E il dubbio, fatti quattro conti e guardando anche a domani, è forte. Il tram nato grazie ai fondi europei, ma che non sta in piedi da solo, rischia di apparire metafora e presagio di ciò che verrà, o che potrebbe venire. C’è un dato, ad esempio, che fa riflettere. Secondo uno studio del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici del Ministero dell’Economia, per completare un’opera pubblica dal valore superiore ai 100 milioni, in Italia, servono, in media 15 anni. In Italia. Figuriamoci in Sicilia. Dove vanno aggiunti problemi atavici (povertà inestirpabile, strade impercorribili, la stessa insularità) e anche fatti di cronaca come quelli, ad esempio, che hanno riguardato sia Rfi che la stessa Tecnis, azienda adesso “commissariata” dopo i guai giudiziari e sulla quale poggiano le speranze dei palermitani stessi di muoversi. Specie in vista dei nuovi cantieri che paralizzeranno la zona di via Crispi e del Foro Italico negli stessi giorni in cui scatterà la “fase 1” della Ztl.

Tra un anello e un passante ferroviario, tra il tram e una metropolitana leggera che, però, al momento è solo un’idea sulla carta. Il dubbio è legittimo, quindi: davvero a Palermo, alla Sicilia servono queste opere che rischiano di apparire obsolete già al primo vagito previsto per chissà quando? E soprattutto, vale la pena di trascinare, insieme a una mobilità chiamata desiderio, le stesse aziende comunali, i conti pubblici e il presente di chi vive, o sopravvive, all’interno di un’auto, tra le strade del capoluogo?

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