Palermo, cadono le prime pedine: il boss e altri picciotti sono liberi

Cadono le prime pedine, ma il boss e altri picciotti si muovono nell’ombra

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Da sinistra Davide Carcione e Rosario Piazza
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Le indagini sulla scia di attentati e intimidazioni

PALERMO – Sono cadute le prime pedine della manovalanza di Cosa Nostra. Coloro che avrebbero fatto il lavoro sporco, piazzando le bottiglie piene di benzina per intimorire i commercianti da San Lorenzo a Capaci. C’è un boss che li guida?

In alcuni casi hanno alzato il tiro, appiccicando le fiamme: due volte alla Sicily by Car, al ristorante-pizzeria Ulisse e nel rimessaggio di barche Icon Marine che in passato era già stato vittima di intimidazioni senza piegarsi.

Siamo ancora in fase di fermo. Dovrà essere il giudice per le indagini preliminari, a cui sono stati trasmessi gli atti, a decidere se convalidare o meno l’arresto degli otto indagati.

Carabinieri e poliziotti hanno fermato Rosario Piazza e Davide Carcione, accusati di avere piazzato, il 14 maggio, le bottiglie di benzina con la richiesta di pizzo davanti ad una sfilza di lidi e ristoranti a Isola delle Femmine e Capaci.

I due indagati vivono da sempre allo Zen. Sui TikTok c’è la scatola nera della loro vita, riempita con il mito del “Capo dei capi”. Le frasi della fiction su Totò Riina si ripetono nel sottofondo dei video in cui parlano di armi e potere.

Piazza se ne andava in giro con Mirko Lo Iacono, soprannominato “varbazza”, alla testa di un gruppo di emergenti che sfidavano le regole. I vecchi mafiosi speravano che il boss Nunzio Serio riuscisse a metterli in riga. Entrambi sono stati arrestati l’anno scorso e lo Zen è rimasto una polveriera.

Gli altri due fermati dagli agenti del commissariato San Lorenzo – Salvatore Modica e Samuel D’Acquisto – rispondono invece del furto della Fiat Panda utilizzata lo scorso marzo, dopo averla incendiata, per appiccare le fiamme in un distributore di benzina in via Lanza di Scalea.

Manovalanza, dunque. Mancano ancora dei tasselli importanti. Gli altri nomi dei tanti picciotti del racket, ma soprattutto l’ispiratore di quella che i pubblici ministeri di Palermo ritengono sia una “unica regia mafiosa”.

Certamente ad agire è un gruppo di emergenti, che però potrebbe rispondere agli ordini di un capo.
Di boss in libertà dai cognomi che contano ce ne sono parecchi nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo: Calogero Lo Piccolo, Giuseppe Serio, Giuseppe Biondino, Massimo Troia.

Gente di peso che ha finito di scontare la condanna e che oggi appare defilata. Il passato di Cosa Nostra, segnato da ciclici ritorni, impone la massima attenzione e invita a guardare con sfiducia alla funzione rieducativa del carcere. E verso altre figure che si guarda con interesse. Lo Piccolo e Biondino sono i più autorevoli. Il primo è impegnato in questioni familiari (la famiglia di sangue, non mafiosa) che coinvolgono la Procura per i minorenni e giura di avere chiuso con il passato e di essere un uomo diverso. Deve dimostrare di avere cambiato vita.

Qualcuno potrebbe aver voluto sfidare lo status quo di Cosa Nostra, approfittando del vuoto di potere lasciato dagli incessanti blitz e dal momentaneo defilarsi dei vecchi boss. Non si può escludere che ci sia un personaggio che si muove nell’ombra con l’obiettivo di destabilizzare l’ambiente e creare tensioni.

Le bottiglie di benzina e gli incendi potrebbero servire da una parte convincere gli altri operatori economici a cercarsi la strada per pagare la protezione di Cosa Nostra e dall’altra per stabilire con la forza e la paura nuovi equilibri di potere. Qualcuno vuole fare capire in maniera eclatante che la gerarchia è cambiata e i metodi concilianti hanno fatto il loro tempo.


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