Addio a Pietro Anastasi, figlio del Sud e simbolo del calcio degli Anni ’70. Nato a Catania il 7 aprile del 1948, diventò il mito calcistico degli operai meridionali giunti al Nord a cercare fortuna. E la Juventus con la quale il bomber bianconero vinse tre scudetti li fece innamorare tutti, tra vittorie memorabili e grandi partite.
Per ricordarlo riproponiamo un articolo firmato da Salvo Toscano per il mensile I Love Sicilia.
“Ora, quando telefoni a uno passato alla storia come Petru ‘u turcu, t’aspetti di trovare un certo tipo di voce dall’altra parte. E se ti risponde un signore gentile dal marcato accento longobardo, per lo meno pensi di aver sbagliato numero. Invece quel signore è proprio lui, Petruzzu Anastasi, il mitico centravanti catanese, che da quarant’anni vive a Varese, città della moglie e oggi anche un po’ sua. Anche se la Sicilia non è mai sparita dalla sua vita. “Ho preso casa a Rometta, vengo lì a passare le vacanze, un mese, un mese e mezzo all’anno, tutto il tempo che posso”.
Petruzzu oggi magari ai quindicenni fans di Totti e Pippo Inzaghi non dice neanche un granchè. “Sì succede che ancora qualcuno mi riconosca. Ma per lo più quelli della mia età”, racconta Anastasi, oggi pensionato e commentatore televisivo sull’emittente 7 Gold, quella del Processo di Biscardi, specializzato sulla Juventus (e quindi ancora popolarissimo tra gli sfegatati bianconeri che non si perdono le sue esternazioni televisive), di cui fu bandiera nei favolosi anni ’70. Fu proprio a Torino, città di immigrazione, che gli affibbiarono quel Petruzzu ‘u turcu, Eravamo a cavallo tra i sessanta e i Settanta, verso i meridionali al Nord c’era ancora un certo strisciante razzismo. E il ragazzo di Catania, nero come un turcu, incarnava la riscossa dei tanti siciliani e meridionali vari partiti alla volta della capitale sabauda. “Sì, me lo ricordo. M’è rimasto impresso un derby col Torino in cui un avversario, non mi pare il caso di fare nomi, mi andava ripetendo terrone di qua e di là”. Ma Anastasi nel profondo Nord è ormai di casa. Arrivò a Varese dalla Massiminiana (il club dei fratelli Massimino) a soli 18 anni. Un gran campionato in B e subito la promozione. Dopo un’altra stagione in A con in panchina il suo maestro, Ascari IV, ecco materializzarsi il sogno del ragazzino che a Catania da raccattapalle si faceva fotografare col suo idolo bianconero Charles: la Vecchia Signora lo vuole. Petruzzu corre. E a soli vent’anni anche la Nazionale gli apre le porte. Riservandogli un’accoglienza particolarissima. La prima partita in azzurro, infatti, non è un’amichevole qualunque, ma la finale dell’Europeo del 1968, l’unico vinto nella sua storia dalla nostra nazionale. Anastasi debutta e segna il secondo gol contro la Jugoslavia, lasciando la firma sull’impresa degli azzurri.
E’ quello il ricordo più bello di una carriera costellata di successi, con la bellezza di tre scudetti vinti al fianco di compagni come Zoff, Furino, Bettega, Capello, e con allenatori come Heriberto Herrea, Parola e Vycpalek. Anche se nel cuore di Anastasi, oltre al mentore Ascari IV, è uno il “mister” che ha lasciato il più bel ricordo: “Il povero Picchi. Era una grande persona e sarebbe diventato un grande allenatore se non fosse morto giovanissimo per un brutto male”.
Otto anni alla Juve, un paio di stagioni non esaltanti all’Inter, con la vittoria della Coppa Italia, e un finale di carriera in bianconero, ma nelle Marche, alla corte del presidentissimo Costantino Rozzi. “Ad Ascoli vissi tre anni meravigliosi, tra gente molto ospitale – ricorda Anastasi -. Rozzi era uno di quei personaggi che oggi purtroppo non ci sono più nel calcio. Diceva sempre quello che pensava ma era una persona squisita. Con l’Ascoli vincemmo tre a due a Torino contro la Juve, una giornata storica, in cui io segnai il mio centesimo gol in serie A. Mi fecero una grande festa”, racconta lui con un certo pudore. Le cronache raccontano di un’ovazione, di tutto lo stadio, juventini compresi (chi c’era ricoda anche di qualche lacrimuccia sugli spalti), per un campione mai dimenticato da quei tifosi bianconeri che per anni avevano esposto uno striscione, sempre lo stesso, solo per lui: “Anastasi il Pelè bianco”.
Oggi, Raffaele Lombardo vorrebbe arruolare come testimonial dello sport siciliano questo gentile e pacato signore del varesotto, che ama discutere di calcio con l’edicolante milanista di Rometta e che a distanza di quasi trent’anni ancora si indigna quando pensa che un calciatore possa vendersi una partita (“Ma che bisogno hanno di scommettere, con tutto quello che guadagnano”). Anastasi non gioca più a pallone neanche per hobby perché le ginocchia non ce la fanno più. Se deve scegliere un giocatore che gli ricorda il Petruzzu dei tempi d’oro pensa a Giuseppe Rossi del Parma. Chissà se il talento italoamericano, giovane com’è, lo sa chi è quel Pietro Anastasi lì. Di certo, gli operai siciliani, calabresi, lucani e molisani con la valigia, che grazie ai suoi gol riuscirono a sentirsi un po’ più a casa loro nella Torino degli anni ’70, non lo hanno dimenticato. C’è da scommetterlo”.

