Boss, pizzo, estorsioni, attentati | Viaggio nel cuore della cosca - Live Sicilia

Boss, pizzo, estorsioni, attentati | Viaggio nel cuore della cosca

Ecco chi comandava davvero nell'organizzazione sgominata dai carabinieri. I nomi che contano. Le minacce. Viaggio nel mondo degli 'uomini d'onore'. Nelle intercettazioni un presunto caso di compravendita delle preferenze ad Altavilla Milicia.

Blitz: l'approfondimento
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PALERMO – Pizzo, estorsioni, attentati incendiari. Le famiglie mafiose di Villabate, Altavilla Milicia, Ficarazzi e Casteldaccia entravano in azione a braccetto sotto un unico vertice, quello del clan mafioso più vasto di Bagheria, azzerato nel corso della maxi operazione dei carabinieri “Reset” che vede emergere nomi storici di Cosa nostra. Come quello di Nicolò Greco, alla guida della famiglia mafiosa di Bagheria e dell’omonimo mandamento e fratello dell’ergastolano Leonardo, alle cui direttive rispondeva Giuseppe Di Fiore, definito dagl inquirenti come “reggente operativo”.

Al suo fianco, altri due anziani boss, Carlo Guttadauro e Francesco Pipia che secondo gli inquirenti erano i collaboratori più fidati di Di Fiore. Ad avere un rapporto provilegiato coi “soldati” Salvatore Lo Piparo, Giovanni Di Salvo, Francesco Pretesti, Luigi Li Volsi, Benito Morsicato e Nicolò Lipari, i cosiddetti “capodecina” Giorgio Provenzano e Giovanni Pietro Flamia.

Sulla formale reggenza della famiglia da parte di Di Fiore, sono state le intercettazioni a fare chiarezza, le stesse che hanno condotto ai trentuno provvedimenti di fermo scattati all’alba di oggi. “Sono andati a prendere a questo “Peppino u’ ciure” – diceva Di Salvo a Lo Piparo – perché è come quando c’era Gino Di Salvo, c’era lui, a chi faceva comparire, a Sergio Flamia…giusto è? Lui era però il primo”.

Quella di Nicolò Greco era stata una scalata ai vertici della cupola iniziata nel 1969 insieme al fratello, arrestato nel 2004. E’ proprio in quell’occasione che Greco aveva raggiunto i piani alti del mandamento mafioso di Bagheria, cominciando ad avvalersi della collaborazione di vari uomini d’onore. Altrettanto storica è l’affiliazione alla famiglia di Cosa nostra di Bagheria di Di Fiore, già arrestato il 25 gennaio 2005, nel corso dell’operazione “Grande Mandamento,”: era lui il custode del libro mastro del clan, trovato nella sua abitazione durante una perquisizione con tanto di soldi in contanti e titoli. Scarcerato due anni fa, non ha arrestato la sua scalata, anzi. Insieme a Greco e Carlo Guttadauro, uomo d’onore fratello del chirurgo dell’ospedale Civico di Palermo, Giuseppe, avrebbe preso in mano le redini del mandamento mafioso anche negli ultimi due anni.

Quella della famiglia mafiosa di Villabate è invece una storia di perenne ricompattazione, necessaria ai boss dopo i numerosi arresti che hanno condotto in carcere esponenti di vertice del calibro di Salvatore Lauricella. Al vertice si trovavano Francesco Terranova e Giovanni La Rosa, già da tempo affiliati di Cosa nostra. Sarebbero stati loro a dettare le linee guida agli esattori del pizzo, tra i quali c’era Fabio Messicati Vitale, fratello di Antonino, che avrebbe agito con Bartolomeo Militello.

La famiglia mafiosa di Ficarazzi è invece stata al centro dell’operazione antimafia “Argo”, che aveva condotto all’arresto nel 2010 del boss Giovanni Trapani il cui posto era stato preso da Ugo Atanasio Leonforte. Un reggenza considerata non affidabile la sua, tanto da essere “sostituito” da Salvatore Lauricella su disposizione dell’allora capo mandamento Antonio Zarcone – finito in cella un anno dopo durante il blitz “Pedro” – già al vertice della cosca di Villabate. Un doppio “incarico” che non poteva non provocare difficoltà. Lauricella infatti, avrebbe dovuto affiancare Di Salvo nella reggenza dell’intero mandamento: un aspetto che comportava la reintegrazione di Leonforte nella reggenza di Ficarazzi fino all’arresto avvenuto nel 2013. Subito dopo, in base a quanto ricostruito dagli investigatori, è stato sostituito da Giuseppe Comparetto che ha ricoperto, fino ad oggi, il ruolo di reggente della famiglia di Ficarazzi. Quest’ultimo, come emerso dalle indagini dei carabinieri coordinati dalla Procura, era stato arrestato insieme a Stefano Lo Verso nel 2005 per avere favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano.

Ma operazioni antimafia ed arresti avevano nel frattempo segnato anche la famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, al vertice della quale si trovava Pietro Lo Coco, sostenuto da Giovan Battista Rizzo e da una squadra di “picciotti” sulla quale poter contare. Una reggenza alla quale sarebbe arrivato, nel dicembre dello scorso anno, Michele Modica, così come avevano deciso Andrea Lombardo e Giovan Battista Rizzo, anche loro finiti in manette nell’operazione Reset.

Il primo, organico da tempo della famiglia di Altavilla Milicia, nel corso di una conversazione ambientale con Rizzo, commentava ad esempio l’elevato spessore criminale di Modica: “Nca com’è…e ti dico una cosa… se prima non la dice a me… (…) no…se si deve vedere con qualcuno… mi dice “tu che ne pensi?…Tu che” capisci?!”. Insomma, una personalità voluta fortemente quella di Modica, che nel corso della sua reggenza aveva messo a disposizione della famiglia mafiosa di Bagheria il gruppo di “picciotti” di Altavilla, a cui affidava anche il delicato compito di recapito dei tradizionali pizzini, ritenuti il mezzo più sicuro per le comunicazioni.

Sono stati proprio alcuni messaggi su carta ad essere trovati dai carabinieri all’interno di un casolare diroccato di Altavilla Milicia. I documenti fornivano informazioni fondamentali dal punto di vista investigativo e definivano le linee delle strategie operative del clan e dello stesso mandamento di Bagheria: un elenco di vittime nella morsa del racket tra la cittadina alle porte di Palermo e la borgata marinara di Palermo che aveva fatto chiarezza anche sul modo di rimpinguare le casse della cosca.

Modica, detto “l’americano” aveva anche militato tra le file di Cosa nostra canadese. Dopo essere rientrato in Sicilia, ha continuato a mantenere i contatti con la mafia d’oltreoceano e, in particolare, con Fernando Pimentel – trovato cadavere nelle campagne di Casteldaccia l’8 maggio 2013 -, e ospitato a Bagheria fino al 2008 insieme ad Andrea Fortunato Carbone ed Emanuele Cecala, ritenuti responsabili dell’omicidio Pietro Lo Iacono, detto “il due di spade”, uomo d’onore della famiglia di Bagheria.


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