C’è una cosa che in Italia riesce difficile: parlare di fine vita senza trasformare tutto in una crociata morale, una rissa da talk show o una seduta spiritica tra ideologia, paura e propaganda.
Eppure il fine vita non è un manifesto politico né un hashtag da agitare sui social. È una stanza vera: serrande mezze abbassate, odore di disinfettante, familiari stanchi, il rumore intermittente di una macchina. È il luogo dove la medicina, a volte, non può più guarire ma può ancora decidere se essere umana oppure no.
Per questo le parole pronunciate dal Vice Presidente della Camera Giorgio Mulè hanno un peso che va oltre la cronaca parlamentare. Per la prima volta dopo anni di silenzi e rinvii, nel centrodestra si è aperto uno spazio di verità. Mulè ha riconosciuto ciò che la politica continua a fingere di non vedere: la sentenza della Corte Costituzionale è chiara e il Parlamento non può continuare a scappare.
Le parole di Mulè
Ecco cosa ha detto, tra l’altro, al ‘Foglio’: “La sentenza della Corte costituzionale è chiara. La malattia deve essere irreversibile, le sofferenze devono essere tremende e poi lo stato di coscienza. A fronte di tutto ciò, non si può negare il diritto alla persona di porre fine a sofferenze talmente evidenti. Guai se non fosse così. E aggiungo che in questo percorso il servizio sanitario nazionale non si può tirare indietro e deve esserne parte”.
La Consulta non ha spalancato alcun “Far West etico”, come ripetono i professionisti dell’apocalisse morale. Ha fissato condizioni rigidissime: malattia irreversibile, sofferenze insopportabili, piena capacità di autodeterminazione, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Non è un automatismo, non è una scorciatoia e neppure la famosa “morte di Stato”, formula ottima per i comizi e pessima per la realtà. È un diritto delimitato con precisione giuridica e umana.
Quelle parole arrivano dopo il richiamo severo della Corte Costituzionale davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un richiamo che pesa come un atto d’accusa verso un Parlamento che da anni preferisce rinviare piuttosto che decidere.
Lo dico anche per esperienza diretta. Quella legge io l’ho scritta, ne sono stato relatore alla Camera nella scorsa legislatura. E ricordo ancora una scena che oggi sembra fantascienza politica. Vittorio Sgarbi mi passò il telefono e dall’altra parte c’era Silvio Berlusconi che mi disse di condividere completamente quel testo e che avrebbe lasciato piena libertà di coscienza ai parlamentari di Forza Italia. Oggi sembra quasi una frase rivoluzionaria.
Perché in una politica dove si vota in blocco perfino il gusto del gelato, concedere libertà di coscienza significa riconoscere che esistono temi davanti ai quali il partito deve arretrare e lasciare spazio all’essere umano.
L’appello a Marina Berlusconi
Quella legge passò alla Camera con 253 voti favorevoli, 117 contrari e un solo astenuto. Una maggioranza larga e trasversale, perché le grandi questioni civili non appartengono mai del tutto a una bandiera politica. Poi arrivò il solito destino italiano: Parlamento sciolto e tutto archiviato nel gigantesco deposito nazionale delle cose incompiute. Un posto affollatissimo dove dormono insieme le riforme annunciate, i ponti eternamente progettati, la semplificazione burocratica e le promesse di Capodanno.
Eppure qualcosa adesso sembra muoversi.
Nei giorni scorsi avevo rivolto un appello pubblico a Marina Berlusconi, chiedendole di tenere aperta questa discussione nel centrodestra. Non per tattica politica ma per coerenza con quella cultura liberale che Silvio Berlusconi aveva sintetizzato con semplicità: davanti alla sofferenza estrema, la politica deve avere l’umiltà di fermarsi e lasciare spazio alla coscienza delle persone. Oggi credo sia giusto riconoscere che quell’appello non è caduto nel vuoto.
La posizione assunta da Forza Italia attraverso Giorgio Mulè è un fatto politico importante. Non solo perché apre alla possibilità di un voto favorevole sul suicidio medicalmente assistito, ma perché riporta nel dibattito pubblico parole quasi scomparse: libertà di coscienza, responsabilità individuale, rispetto della persona. Perché il problema è tutto qui: sul fine vita la politica italiana continua a comportarsi come quei parenti che, fuori dalla stanza d’ospedale, parlano sottovoce nel corridoio pur di non entrare a guardare il dolore negli occhi. Ma in quella stanza bisogna entrarci.
Io faccio cure palliative da una vita. So quanto la sofferenza possa essere alleviata. So quanto siano decisive la terapia del dolore, l’assistenza domiciliare, la sedazione palliativa, la dignità della cura. E so anche quanto male faccia una sanità che troppo spesso lascia sole le famiglie proprio nel momento più duro.
Ma proprio per questo so che esistono situazioni limite. Situazioni in cui il dolore diventa una prigione senza uscita. E in quei casi nessuno Stato dovrebbe avere il diritto di trasformare la sofferenza in un obbligo morale. La libertà non è imporre la morte. È non imporre la sofferenza.
Ed è curioso vedere certa destra oscurantista invocare continuamente lo Stato minimo, salvo poi pretendere uno Stato gigantesco, invasivo, capace di infilarsi perfino nell’ultimo respiro di una persona.
La verità è che il fine vita misura il grado di maturità di un Paese. Non la sua religiosità, non la propaganda, non la capacità di scandalizzarsi in televisione. Misura la sua civiltà.
Abbasare i toni e la politica…
E forse sarebbe il caso di abbassare i toni messianici. Perché nessuno vuole costruire una “cultura della morte”. Semmai una cultura del rispetto, del limite, dell’autodeterminazione, della pietà.
Pietà: parola enorme, quasi scandalosa oggi. Abbiamo scambiato la durezza per forza, quando invece la pietà è una delle forme più alte dell’intelligenza umana.
C’è poi una verità che la politica continua a ignorare: se votassero direttamente gli italiani, una legge sul fine vita passerebbe con una maggioranza enorme. Da anni tutti i sondaggi raccontano un consenso vicino all’80%. Significa che il Paese reale è molto più avanti delle sue classi dirigenti: più laico, più compassionevole, più maturo.
Per questo il Parlamento deve smettere di nascondersi dietro tavoli, rinvii ed equilibrismi. Continuare a voltarsi dall’altra parte significa lasciare sole le persone più fragili, le loro famiglie e anche i professionisti sanitari, costretti ogni giorno a muoversi in una zona grigia, senza certezze giuridiche e con enormi responsabilità etiche.
Il fine vita non può restare ostaggio dell’inerzia politica e neppure di una visione oscurantista dell’etica.
Forse il punto è tutto qui: fidarsi della coscienza degli italiani che molto spesso, a differenza della politica, riescono ancora a essere umani senza bisogno di convocare un vertice.
Nel frattempo la politica continua a fare ciò che le riesce meglio: aprire tavoli, rinviare decisioni, produrre dichiarazioni prudenti, che già sarebbe qualcosa, se almeno una volta quei tavoli non finissero come sempre: molte sedie, molte parole, molte cautele. E il malato ancora lì, solo, ad aspettare che qualcuno trovi finalmente il coraggio di ascoltarlo.

