PALERMO – Tornando a casa la sera, tante sono le cartoline della sua difficile notte che Palermo manda a chi non le vorrebbe ricevere. Dalle sue buche profonde, dalle sue strade scassate, dai suoi cantieri che imprigionano, dalla sofferenza dei suoi cittadini che ormai, nemmeno, si lamentano più, talmente sono rassegnati. Ed è una morsa il dolore che stringe i palermitani buoni. Da un lato l’intellighenzia, innamorata del futuro, mai del presente, che non ascolta; dall’altro i palermitani cattivi, i panormosauri, che non hanno mai aperto il manuale della civiltà.
Tornando a casa la sera, ecco l’ennesima avvisaglia dei lavori in corso. C’è un cartello che vieta l’accesso e che sembra fresco di semina, presso una nota rotonda dalle parti del liceo Einstein. Nel Monopoli degli scavi, non puoi mai sapere le trincee vuote e quelle già riempite, adesso e nel futuro. Infatti, l’imprevisto all’indomani non ci sarà per rinascere chissà dove. A prescindere dal caso in specie, vale l’esempio di una certa – si scriva sommessamente – inquieta movimentazione urbanistica.
Che fare, intanto? Bisogna sfilare attraverso la strettoia e compiere quasi un’inversione di marcia, in uno spazio angusto, mentre altre macchine furibonde per l’attesa giungono in corteo. L’intasamento – e sono le nove, cioè le ventuno – è servito. Dagli abitacoli, i condannati, innocenti, alla stessa pena si osservano in cagnesco. Ogni centimetro è un pezzetto di traguardo da affrontare, purchessia, a cavuci e muzzicuna verso la sospirata cena con la famiglia. E’ in questo frangente che il civis panormitanus offre il peggio di sé. Gli sguardi torvi si trasformano in improperi che coinvolgono parenti e affini. Si procede, ruota contro ruota, in un susseguirsi di sgarri incontrollati. L’orchestra sinfonica, subito formata sul posto, comincia le prove generali con i suoi perepepè acutissimi. Non è ancora l’inferno dantesco, ma una sua affidabile raffigurazione in chiave contemporanea.
Tornando a casa la sera, la città si accende e si spegne, secondo misteriosi oroscopi. Una porzione della Favorita – il parco reale che dovrebbe essere il nostro vanto e che si vanta, a torto, delle sue risibili, e forse un po’ pericolose, piste ciclabili – è immersa nell’oscurità. L’illuminazione procede a intermittenza. Ciò che si spegne, poi si riaccende, e poi si rispegne – in una sequela infinita: guasti-riparazioni-guasti – nel rimpiattino del chiaroscuro.
Lo stesso accade altrove in un’alternanza buio-luce-buio che sfianca gli occhi. E qui entrano in scena i mai domi panormosauri. Quello col suv che ti stringe in curva, nonostante la scarsa visibilità. Quello che discute amabilmente al telefonino, guidando, e se – putacaso -gli mimi il cenno della telefonata con un ‘no’, si offende di tanta arroganza e comincia a inseguirti manco fosse Re Carlo in guerra. Quello che sta incollato, paraurti contro portabagagli, e ti insulta, perché non vuoi scostarti.
La sera, tornando a casa, da mesi, hai coltivato, con successo, un rapporto affettivo – secondo quanto mirabilmente descritto dal grande Renzino Barbera in una sua poesia – con quella buca familiare, accanto alla rotonda, ma stavolta siamo a Mondello. Sporadicamente, tentano di richiuderla, eppure lei si spalanca di nuovo tutta felice. E, quando transiti, essendo quasi impossibile evitarla, ti abbraccia con uno scossone che scuote sospensioni, pneumatici e spina dorsale. Una stretta indimenticabile.
Cose dell’altro mondo? No, cose normalissime sono. Ognuno, in effetti, potrebbe narrare il suo ritorno a casa quasi identico nelle stazioni di una personale Via Crucis. E come appare nuda, questa città, con le sue meste cartoline della notte pronte per essere passate al giorno che verrà. Quanto è difficile vivere a Palermo.

