PALERMO – La notizia si è propagata all’improvviso, all’ombra della Zisa, come un’onda di fragore: “C’è un comunista alla festa dell’Unità”. Un comunista, capite? Si tratterebbe, stando alle indiscrezioni raccolte tra i viali dei Cantieri culturali, del gestore di uno degli stand che ha servito la cena ai ministri che si sono precipitati a Palermo a far “decollare” il Sud. Aveva la tessera del Pci, ha raccontato orgoglioso tra i tavolini di plastica. Attorno ai quali sedevano, tra gli altri, ex democristiani nostalgici ed ex cuffariani orgogliosi. “Un comunista? Qui?”.
Già, perché girando tra le sale e gli ex cinema, tra le platee ai piedi dei palchetti e i banchetti di pani ca’ meusa, ti chiedi, di fronte a presenze certamente “all’altezza” (della situazione) dove sia “la base”. La fantomatica base. La gente, la gente del Pd. Alla festa dell’Unità non c’è. Cancellata, probabilmente, dalla gomma del renzismo che “fa le cose”, ma non riscalda più i cuori della gente.
Bastava, insomma, giusto per fare un esempio, uno soltanto, partecipare all’intervento – molto interessante, nel merito – del ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio. Atteso, attesissimo. E giunto a Palermo al termine di un giretto per gli sfaceli della Sicilia, con tanto di mega-codazzo guidato dal sottosegretario Davide Faraone, dal segretario regionale Fausto Raciti e dirigenti vari, deputati diversi, collaboratori di ogni tipo. E la gente? Non c’era. Bastava, insomma, individuare una delle sedie rimaste vuote in platea (e ne trovavi più di una, nonostante i posti a sedere non fossero migliaia), piazzarsi lì e guardarsi attorno. A ore dodici, un deputato regionale. A ore tre, un’eurodeputata, a ore sei il componente di un ufficio di gabinetto alla Regione, a ore nove un sottosegretario all’Istruzione. E la gente? Chi l’ha vista?
C’era quel comunista, dietro il bancone dello stand. Come fosse il manifesto sbiadito di qualcosa che non c’è più. Che non può esserci. Perché la rottamazione, qualunque cosa fosse nelle intenzioni originarie, si è trasformata semmai nell’arte del riuso. Della riconversione, utile al consenso, di storie e tradizioni diverse. Che ha finito sì, per puntellare le necessità elettorali di un renzismo dalle movenze capitalistiche, ma che ha anche creato un ingorgo multicolore di fronte all’ingresso riservato, appunto, alla gente.
E in effetti, basterebbe un passaggio nell’intervento del ministro del Welfare Giuliano Poletti per cristallizzare in un concetto il cambiamento di verso che ha relegato il comunista in un retrobottega. “In tanti si lamentano della perdita di un milione di posti di lavoro – ha ammonito – ma credo sia ancora più grave la chiusura di ventimila imprese”. Concetto che – laicamente – può essere condivisibile nella versione in cui si lega indissolubilmente lo sviluppo al lavoro. Ma la stessa contrapposizione e la dialettica scelta di campo tra il lavoratore e l’industria è segno di qualcosa che è mutato, di qualcosa che non c’è più. E il vuoto è quello dei ragazzi. Che alla festa erano pochi, pochissimi e per nulla entusiasti. La rottamazione ha rottamato loro, prima di tutto. In cambio dei tanti chilometri e dell’usato sicuro dei soliti noti che danzano tra la destra e la sinistra, tra le ipocrisie del “territorio” e della “responsabilità”. “In fondo abbiamo fatto ripartire la festa – prova a spiegare qualcuno degli, bontà sua, animatori – e i Cantieri sono grandi, la gente si disperde”. Ma la gente del Pd, la gente, qua in Sicilia, più che dispersa sembra proprio persa. E alla festa ha lasciato le sedie alla casta dei professionisti della politica.
Eppure, c’era un comunista alla Festa dell’Unità. La voce si è intrufolata, come un gatto, tra i piedi di quei tavolini di plastica. Attorno al quale sedevano, tra gli altri, Luca Sammartino che riconosceva in quel Pd le “stimmate” della sua cara Democrazia cristiana, passando per Paolo Ruggirello che fu candidato con la Lista Musumeci, l’esponente de La Destra. E spiegalo a quel comunista dietro al bancone. Va’ a spiegare che Valeria Sudano, ad esempio, si dice ancora “orgogliosamente cuffariana”, mentre tra i viali incontravi facce che riportavano necessariamente a Raffaele Lombardo o Antonello Antinoro. Spiegalo a quel nostalgico del Pci. Che magari avrà avuto un fremito, quando gli esponenti di Rifondazione comunista ha manifestato fino alle porte dei Cantieri. Una protesta che qualche dirigente del Pd ha snobbato, quasi con sarcasmo: “Il primo effetto della festa dell’Unità evidentemente è stato quello di far risorgere una forza politica che credevamo ormai relegata al mondo dei ricordi”. Certamente i ricordi di quel gestore che ha portato i piatti a Delrio e Poletti. E a Davide Faraone, contestato da qualche insegnante. Uno scampolo di vitalità, una “comparsata” della gente nella festa della casta rossa. Dove si è sparsa quella voce: c’è un comunista, tra di noi. Ma nessuno c’ha creduto veramente.

