Chi non ci sta viene massacrato | La nuova mafia soffoca Palermo

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Dalla droga alle torture. La Cosa nostra nigeriana in affari con i boss palermitani.

PALERMO – Non c’è solo quella nostrana. Nei rioni popolari della città è forte la presenza della mafia nigeriana. Che somiglia sempre di più alla Cosa nostra palermitana. A cominciare dalla cerimonia di affiliazione dei nuovi “battezzati” per finire al fenomeno del pentitismo.

È stato, infatti, il primo collaboratore di giustizia dell’organizzazione a svelare i segreti dell’ala palermitana dell’Ascia Nera, Black Axe, nata negli anni ’70 in Nigeria. All’inizio era una sorta di confraternita religiosa, poi divenne una banda criminale con regole ferree, riti di affiliazione ed esplosioni di violenza.

Nel 2013 è stato costituito il “Forum di Palermo”, una costola della cupola nazionale. Stessa cosa è avvenuta a Padova, Verona, Napoli e Castelvolturno. Il neo pentito è Austine Johnbull che lo scorso luglio è stato condannato dal Tribunale di Palermo a dieci anni e otto mesi di carcere. Grazie alle sue dichiarazioni è scattato il blitz della squadra mobile, coordinato dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Sergio Demontis e Gaspare Spedale. In manette sono finite 23 persone in tutta Italia.

Il capo nazionale, Festus Pedro Erhonmosele, è stato fermato a Padova. A Palermo era attivo il “ministro della difesa” della banda, Kenneth Osahon Aghaku. Difeso dagli avvocati Giuseppe La Barbera e Pietro Riggi sarà uno dei primi ad essere interrogato. Il suo ruolo era delicatissimo: doveva punire i disubbidienti.

I nigeriani si sono impossessati di intere fette di quartieri. Ballarò ne è un esempio. Nelle bettole si consumano le peggiori nefandezze. Le donne che non si piegano alla prostituzione vengono violentate, gli uomini che rifiutano le affiliazioni sono torturati. I nigeriani si occupano di estorsioni ai danni dei connazionali che gestiscono piccole botteghe nel quartiere, sfruttano la prostituzione e spacciano droga.

Le recenti indagini dimostrerebbero che la mafia nigeriana è ancora sottomessa a quella palermitana. Quando qualcuno ha provato ad alzare la testa è stato messo in riga. Giovanni Di Giacomo, killer ergastolano della vecchia mafia di Porta Nuova è stato intercettato mentre parlava con il fratello Giuseppe, reggente del mandamento assassinato nel 2014 per le strade della Zisa. Discutevano in carcere della punizione da infliggere a un nigeriano che faceva “sciarriare (litigare, ndr) i ragazzi… tutte le macchine bruciate… non se ne voleva andare”. L’uomo fu pestato a sangue perché non avrebbe ascoltato il diktat di farsi da parte. “Devono stare al loro posto… sono furbi, stai attento”, diceva Giovanni Di Giacomo.

Finora le regole le hanno stabilite i palermitani che hanno, però, concesso spazio ai nigeriani. La droga la procurano i mafiosi e gli africani la spacciano. Il rischio è, come accaduto in altre parti d’Italia, che prima o poi la convivenza possa esplodere nella violenza.

 

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