"Chi voleva La Torre morto? | Non fu solo Cosa nostra..." - Live Sicilia

“Chi voleva La Torre morto? | Non fu solo Cosa nostra…”

Nino Caleca

L'impegno del politico e sindacalista ucciso il 30 aprile del 1982.

L'ANNIVERSARIO
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3 min di lettura

Riceviamo e pubblichiamo da Nino Caleca, avvocato e componente del Consiglio di Giustizia amministrativa della Sicilia.

Due erano gli obiettivi dell’impegno politico di Pio La Torre: liberare la Sicilia dalla mafia e disegnare un futuro per l’isola che la vedesse terra di pace in grado di svolgere un ruolo decisivo nelle scelte geo-politiche che si stavano assumendo in quel periodo.

I due obiettivi per La torre non erano scindibili. Solo una Sicilia libera dalla mafia poteva presentarsi con le carte in regola sullo scenario internazionale. Ma solo aggregando i siciliani su un grande disegno geopolitico che portasse sviluppo era possibile chiamare i siciliani alla lotta contro cosa nostra.

Questa consapevolezza si evinceva in ogni atto politico compiuto dal dirigente comunista. Se la Sicilia fosse diventata solo piattaforma per istallare i missili a Comiso il futuro sarebbe stato compromesso.

Ed ecco allora la scelta di dare vita ad un grande movimento di popolo capace di superare la logica asfittica dei partiti e le contrapposte appartenenze. Comunisti, cattolici, socialisti, giovani e meno giovani si trovarono impegnati nei Comitati per la pace con una passione ed un impegno che non si vedrà più negli anni a venire.

Colpire cosa nostra nelle sue articolazioni militari e nei suoi rapporti con la politica e rafforzare la speranza dei siciliani in un possibile futuro diverso.

Eravamo convinti di vincere la nostra battaglia in quell’aprile del 1982: impedire la materiale installazione dei missili a Comiso. Il movimento cresceva, le adesioni si moltiplicavano e, segretamente, consideravamo possibile che un aiuto ci venisse addirittura dal Pontefice.

Quel movimento nato dalla caparbia volontà di La Torre poteva diventare foriero di conseguenze inimmaginabili non soltanto nei già apprezzabili risultati contro la mafia, ma anche in campo geo-politico.

Dimostrare, cioè, che un popolo era capace di mettere in discussione le scelte strategiche dei governi in un mondo caratterizzato dalla contrapposizione dei blocchi e segnato pesantemente dal conflitto arabo israeliano tanto vicino alla nostra isola.

Il 30 aprile del 1982 cosa nostra uccide Pio La Tore. E ferma il movimento per la pace. Gli effetti di quella sconfitta sono ancora oggi forieri di conseguenze nefaste per la Sicilia.

Un omicidio deciso da tempo dai vertici di cosa nostra, ma organizzato con grande fretta dagli esecutori materiali corleonesi.

Cucuzza non sapeva neanche chi aveva ucciso quel giorno e conservò addirittura la pistola per ben 48 ore prima di sbarazzarsene! Solo in seguito apprenderà, infatti, di avere ucciso Pio La Torre. Qualche mugugno per la scelta avventata dei tempi di esecuzione del delitto si registrò anche all’interno del popolo di cosa nostra.

Non tutti i punti sono stati chiariti dalle numerose indagini condotte pur con scrupolo dai magistrati.

Quesiti rimangono ancora senza risposta.

Perché La Torre doveva morire proprio in quei giorni?

Chi e perché chiese a cosa nostra di accelerare i tempi di esecuzione della decisione già adottata?

Cosa ebbero in cambio i corleonesi che in quel periodo sferravano il loro attacco per l’egemonia dentro la mafia e non disdegnavano la logica della “trattativa”, come appurato da recenti sentenze?

Chi con La Torre ha lavorato in quel periodo avverte “epidermicamente” che non fu solo mafia.

Continuare a sperare che le indagini possano proseguire per accertare la completa verità è il modo migliore per onorare oggi la memoria di Pio La Torre.


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