"Calunniò uno 007" | Ciancimino jr sotto processo - Live Sicilia

“Calunniò uno 007” | Ciancimino jr sotto processo

Massimo Ciancimino

È stato rinviato a giudizio per le false accuse nei confronti di Rosario Piraino. Il figlio di don Vito disse di essere stato minacciato sotto casa dall'agente segreto. Le telecamere di sorveglianza, però, lo smentirono.

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PALERMO – Regge l’ipotesi di calunnia, ma cade l’aggravante di avere agevolato Cosa nostra. Massimo Ciancimino è stato rinviato a giudizio dal giudice per le indagini preliminari Bruno Perla. A partire dal prossimo 13 marzo, dinanzi al Tribunale di Bologna, dovrà respingere l’accusa di avere ingiustamente tirato in ballo un agente dei servizi segreti.

“Mere illazioni”, così i magistrati bolognesi bollarono le denunce di Ciancimino e archiviarono l’inchiesta a carico di Rosario Piraino che, tramite i suoi legali – gli avvocati Nino Caleca e Marcello Montalbano – decise di querelare il figlio di don Vito Ciancimino. La vicenda ha inizio il 5 maggio 2009 quando Ciancimino jr raccontò ai magistrati di Palermo di avere ricevuto una lettera minatoria nella sua abitazione di Bologna. Conteneva tre fotografie con la sua immagine, cinque proiettili e l’avvertimento che con le sue dichiarazioni si era messo contro tutti, persino contro la magistratura. Qualche mese dopo, Ciancimino aggiunse che Pirano era andato a minacciarlo a casa. Lo aveva invitato a tenere la bocca chiusa, a smettere di rendere dichiarazioni ai pm palermitani (Ciancimino riveste il doppio ruolo di imputato e testimone chiave nel processo sulla trattativa Stato-mafia) perché si era infilato in un “vicolo cieco”.

Ciancimino jr non sapeva, però, che i poliziotti avevano piazzato una telecamera davanti alla sua abitazione dove nessuno si era fatto vivo. I magistrati analizzarono i tabulati del cellulare di Piraino che, tra il luglio 2009 e il luglio 2011, non aveva agganciato la cella di Bologna e provincia. Gli avvocati Caleca e Montalbano presentarono pure l’estratto conto della carta di credito di Piraino che il 3 luglio, giorno delle minacce, risultava avere pagato 255 euro nel negozio Caro Cavallo di Palermo. Ed ancora, la Presidenza del Consiglio dei ministri, che si è costituita parte civile, mise nero su bianco che Piraino in quei giorni aveva prestato servizio nel capoluogo siciliano. E così i pm conclusero che “qualora il fatto del 3 luglio 2009 si sia effettivamente verificato, non fu certamente Piraino a presentarsi presso l’abitazione bolognese di Massimo Ciancimino”.

Nel corso di alcune dichiarazioni spontanee, Ciancimino stamani ha spiegato che “dopo la morte di mio padre, ho ricevuto minacce da Cosa nostra, con cui non ho alcun rapporto”. Il giudice Perla, nel decreto che dispone il giudizio, spiega che “non risulta dagli atti la partecipazione dell’imputato all’associazione criminale”. Da qui il venir meno dell’aggravante di mafia. Ciamcinino è già stato indagato per avere calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.


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