Cari lettori di Live Sicilia, come possiamo sconfiggere davvero la mafia? E’ una domanda che quasi non ci facciamo più, auguriamoci non per una sorta di rassegnazione. Al massimo, riemerge tra maggio e luglio di ogni anno quando ricordiamo stancamente i massacri di Capaci e di via d’Amelio. Rosario Crocetta, non un quisque de populo qualsiasi ma il nostro vertice istituzionale, subito dopo il grave agguato al presidente dell’ente parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, ha invocato l’esercito.
In realtà, la Sicilia ha vissuto la presenza di donne e uomini in mimetica e anfibi con funzioni di ordine pubblico. Fu l’operazione denominata “Vespri siciliani”, resasi necessaria per risparmiare a poliziotti, carabinieri e finanzieri, in piena stagione stragista, il compito di proteggere i cosiddetti obiettivi sensibili, compiere rastrellamenti, seminare il territorio di posti di blocco e, così, dedicarsi con maggiori risorse umane alla lotta alla criminalità organizzata. Fu un provvedimento giusto nell’emergenza drammatica di allora, lo sarebbe anche adesso? O, forse, sono altre le risposte se non vogliamo ritrovarci a periodi alterni con qualcuno che vuole i militari per le strade senza incassare, però, la definitiva disfatta dei boss e dei complici compiacenti? Cosa Nostra probabilmente sta tornando a modalità di azione da “vecchia mafia”, un pò attualizzate, per la verità mai dismesse – caporalato, abigeato, macellazione clandestina, speculazioni su terreni pubblici, rifiuti, acqua e decine di altre attività illecite, con truffe sui fondi comunitari nemmeno particolarmente sofisticate – ma sappiamo che tresca egregiamente con l’ausilio di colletti bianchi nella finanza, nei mercati internazionali, nelle multinazionali, nel traffico di armi e di persone, in ambienti e luoghi lontanissimi dalla Sicilia. Lì, occorrono forme di contrasto sovranazionali.
Sappiamo che le mafie sono parecchie, con strutture organizzative e operative diverse. Non demorde il racket, il pizzo, nonostante la ribellione di commercianti e imprenditori (purtroppo pochi). Cosa ci sia dietro ai mille episodi di minacce ed intimidazioni a sindaci e amministratori ce lo devono svelare le indagini degli inquirenti, la minuziosa fatica dell’intelligence, non certo generali e colonnelli, ma nemmeno le numerose esternazioni dei politici che sgomitano per conquistare ogni volta la prima fila mediatica con manifesti e proclami. ù
Adesso va di moda, pure, schierarsi contro l’antimafia di facciata, c’è chi lo ha fatto già in tempi non sospetti. Loro, i signori politici, dovrebbero amministrare andando a monte del fenomeno mafioso, lì dove si annidano le sue cause sociali ed economiche e le poco nobili ragioni che inceppano i meccanismi istituzionali per beghe di bassa cucina alla conquista della poltrona, grasso che cola per mafiosi e camorristi. Inoltre, non serve vestire i panni propri del magistrato o del poliziotto, ulteriore moda attualmente diffusa tra chi vuole dimostrare di essere il più antimafioso di tutti per poi, magari, rivelarsi un volgare pataccaro. Serve, piuttosto, una vagonata di buona politica e di buoni politici. E di buona politica e di buoni politici, se guardiamo nei palazzi del potere siciliano, ne rileviamo modeste quantità. Se la mafia ha pensato ancora di imporsi con tracotante spavalderia attraverso il tentativo di uccidere un pubblico funzionario vuol dire che ritiene ancora ragguardevoli gli spazi lasciati liberi per i suoi loschi affari. Chi combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità non gode, evidentemente, di un apparato protettivo complessivo collaudato, piuttosto rischia l’isolamento o, comunque, viene considerato dai mafiosi una mosca bianca, eliminata la quale si elimina il problema.
La cattiva politica impedisce di costruire un solido sistema di sviluppo economico e sociale, e quindi seriamente antimafioso, che prosciughi il putrido pantano del sotto-sviluppo e della sotto-cultura del favore dentro cui proliferano i batteri purulenti della mafia. Guai a credere, è stato proclamato migliaia di volte con un alto tasso di ipocrisia, che ad annientare mafiosi e conniventi in giacca e cravatta debbano o possano essere soltanto coloro, procuratori, giudici e investigatori, che agiscono nella fase repressiva. La mafia la si batte con un popolo di onesti finalmente deciso a uscire allo scoperto e con istituzioni credibili usando, al momento opportuno, la più potente arma nella disponibilità del cittadino, riprendendo una efficace immagine di Paolo Borsellino: la matita, dentro la cabina elettorale.

