Non si vedono, ma si immaginano i cannoni, le mitragliatrici, i chilometri di filo spinato. Palermo come una città che si cinge d’assedio da sola. Nei suoi angoli si combatte una guerra silenziosa. Gli opposti razzismi ardono nell’indifferenza. Il centro contro la periferia. I fighetti contro i figli del popolo. I rosanero contro gli “strisciati”. E adesso – secondo la denuncia di Alessandro Albanese – sulla graticola c’è via Libertà. Che si “papparia” e indulge nell’ombra a comportamenti poco commendevoli. E come reagisce via Libertà? Il pizzo non è cosa nostra – è la chiosa di uno degli intervistati nel bel video di Gianluca Ferrari e Martina Miliani -. E’ la piaga di altri contesti. E’ roba dell’altra Palermo. C’è sempre un’altra Palermo peggiore.
Albanese non ha tutti i torti. Ma perché limitarsi a via Libertà? C’è una municipalità perversa e chic che appartiene al suo cerchio magico ed esclude il resto. Predica la legalità e razzola in consorterie di dubbio gusto. Lucida il distintivo del club e intesse relazioni opache che hanno la convenienza come unico scopo. Qui esiste una massoneria al caviale che impone assunzioni, finanziamenti, rapporti. Condiziona la vita pubblica. Sull’altra parte della barricata, c’è la Palermo lacera, che si sente giustificata nell’elemosina dell’assistenzialismo dalla protervia dei ricchi e col “Teniamo famiglia” motiva ogni porcheria. E’ la Palermo che vuole “essere campata”.
Noi cerchiamo la Palermo migliore. Esisterà, magari distaccata sulla luna? E pensiamo che sia trasversale. Allo Zen, come al Politeama, esistono uomini di buona volontà. Tuttavia, non li riconosciamo. E ci consumiamo nel nostro personalissimo palio delle contrade, appiccicando etichette. Applichiamo una discutibile valutazione antropologica, con un metro nostro. La sentenza è inappellabile: noi siamo più palermitani degli altri. Siamo i più onesti, i più bravi, quelli che hanno coltivato la lezione di Giovanni e Paolo, i più istruiti. E apparteniamo alla squadra vincente. E poi ci sono quelli che si sentono più mafiosi, più “sperti”, più violenti…. In mancanza di meglio si tratta di apprezzati titoli onorifici. Fanno punteggio.
E mentre ci rimiriamo nello specchio della nostra superbia, incapaci di tessere un tessuto urbano collettivo di azioni e parole perché gli altri sono cattivi, Palermo affoga nella sua melma. Ma tanto lo sappiamo già: è colpa di Cammarata.

