Il nostro editoriale sulla responsabilità di essere siciliani ha promosso un dibattito che siamo lieti di ospitare.
Come essere siciliani e come costruire una terra di speranza è una domanda legittima, necessaria, identitaria. Ma è anche – e soprattutto – una questione economica e sociale.
Essere siciliani oggi significa scegliere: restare prigionieri di una narrazione immobile o contribuire a cambiarla, accettare ciò che non funziona o assumersi la responsabilità del cambiamento, ciascuno nel proprio ruolo.
La Sicilia ha conosciuto troppe “mancate resurrezioni”, troppe occasioni perdute. Ma esiste anche un’altra Sicilia: fatta di imprese, giovani, competenze, storie concrete che dimostrano ogni giorno che il cambiamento non solo è possibile, ma è già in atto.
Il primo impegno è non cedere alla tentazione dell’alibi. Soprattutto per chi fa impresa, nonostante anni difficili segnati da crisi globali, costi crescenti e incertezze. Fare impresa qui è una scelta di responsabilità e, spesso, qualcosa di più: un fuoco sacro, la volontà di costruire anche quando sarebbe più facile fermarsi.
Il commercio di prossimità, il turismo, i servizi non sono solo economia: sono presidio sociale. Ogni attività che apre, ogni saracinesca che resta alzata, ogni giovane che decide di restare – o di tornare – è un pezzo concreto di una “resurrezione” possibile.
Ma oggi non basta resistere. Serve un salto di qualità. Serve sostenere le imprese esistenti nella loro capacità di innovare e competere, ma anche accompagnare la nascita di nuova imprenditoria, soprattutto giovanile.
Non possiamo continuare a perdere i nostri giovani. Dobbiamo costruire percorsi concreti che li accompagnino dalla formazione al lavoro, dall’idea all’impresa, dal talento all’opportunità. Senza lasciarli soli, senza mandarli allo sbaraglio.
Come sistema Confcommercio siamo pronti a fare la nostra parte: mettendo in connessione i giovani con il mondo delle imprese, offrendo formazione, accompagnamento e supporto nell’accesso alle risorse e al credito. Perché il talento va sostenuto. Va guidato. Va reso possibile.
Allo stesso tempo serve un salto di qualità della classe dirigente e delle politiche pubbliche: semplificazione, infrastrutture, accesso al credito, condizioni reali per investire e creare lavoro. Se i centri storici si svuotano e le imprese chiudono, non perdiamo solo economia: perdiamo identità, sicurezza, comunità.
La Sicilia ha già dimostrato, nei momenti più difficili, di sapersi rialzare. È accaduto nella lotta alla mafia, quando la parte sana della società ha scelto di esporsi e costruire un’alternativa. Può accadere ancora, sul terreno dello sviluppo.
“Come essere siciliani” allora diventa una scelta concreta: innovare senza perdere identità, guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici. Significa passare dalla lamentela alla responsabilità.
La speranza non è uno slogan. È una costruzione quotidiana. E le imprese, in questa costruzione, possono e devono essere protagoniste. Perché ogni impresa che nasce, cresce e resiste in questa terra non è solo economia. È un atto di responsabilità. Ed è, soprattutto, un atto d’amore.
Patrizia Di Dio, presidente Confcommercio Palermo, vicepresidente nazionale Confcommercio

