CATANIA. Femminicidio e riflessioni doverose. La morte di Giordana Di Stefano impone di non spegnere i riflettori su un fenomeno “trasversale” che ha le sue radici nella disparità tra i generi. Su questo concordano due donne che nei loro campi, l’Università e la Giustizia, da anni si spendono nel contrasto alla violenza di genere: Graziella Priulla, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Marisa Scavo, Procuratrice Aggiunta della Procura di Catania. “Sappiamo dall’esperienza che si tratta di un fenomeno trasversale che colpisce donne di tutte le età, di tutte le condizioni sociali, di tutti i luoghi; si tratta, quasi sempre, di donne che hanno preso le distanze o si sono separate da uomini con cui non avevano più una relazione d’amore, spesso uomini già denunciati, nell’ultimo caso eravamo già alla vigilia di un processo”, commenta la professoressa Priulla. ”Un uomo al quale viene sottratto qualcuno che riteneva di potere possedere e che ,vedendosi privato di questo, si sente in dovere di distruggerlo, romperlo come un oggetto che non serve più”, aggiunge la docente.
Il punto di vista comune va insomma ribaltato: “La violenza sulle donne è una questione maschile, non femminile”. La radice della violenza, infatti, va rintracciata nella disparità tra i generi, alimentata da “stereotipi” da scardinare. Un’operazione che vede la docente da anni in prima linea nelle aule universitarie e scolastiche. “Ho organizzato numerosi incontri sulla violenza, vengono tante donne e pochi uomini”. Il motivo è presto spiegato: “Il problema è che questi uomini spesso non sono disposti a mettersi in discussione”. “È ancora molto difficile condurre un uomo alla consapevolezza di avere dei problemi, come nel caso dell’omofobia. Andrebbe curata l’omofobia, ma non ho mai visto un omofobo che si sottoponga a un esercizio di rieducazione”, spiega Priulla. C’è poi il tasto, spesso dolente, legato al mondo dell’informazione e al modus operandi adottato nel trattare notizie sulla violenza di genere o sui femminicidi. La docente consiglia una serie di accortezze partendo proprio dalle ultime pagine di cronaca scritte sulla morte della ragazza di San Giovanni La Punta. “È evidentissimo quello che bisognerebbe fare: intanto smetterla di parlare di raptus. Una persona che esce di casa con in tasca un coltello da macellaio non viene colto da raptus, ma compie un omicidio premeditato”. “E, anche dal punto di vista giuridico, sarebbe bene che questa storia del raptus scomparisse o almeno fosse messa in secondo piano”. La professoressa indica le insidie che si celano dietro un’altra pratica molto diffusa, che non è mancata neanche in quest’ultima tragedia: intervistare tutte le persone che dicono “ah, ma le voleva tanto bene”, “era un così bravo ragazzo”. “Primo: se le avesse voluto del bene non l’avrebbe ammazzata, cosa che anche un bambino è in grado di capire. Secondo: se fosse stato un bravo ragazzo non sarebbe uscito di casa con un coltellaccio e non sarebbe scappato subito”.
“Intervistare tutte le persone che la pensano così vuol dire indurre le persone a pensare che questo ragionamento sia corretto”, spiega la docente. Marisa Scavo, coordinatrice del pool etneo che lavora per contrastare la violenza sulle donne, pur essendo una donna di legge mette le cose in chiaro e scardina l’ennesimo luogo comune sul tema. “La risposta repressiva non è certamente da sola sufficiente perché è tutta una questione che riguarda innanzitutto un atteggiamento culturale che va cambiato nella nostra società”, argomenta. “Soprattutto per quanto riguarda il meridione, nei rapporti di coppia c’è un atteggiamento di sottocultura e di possesso della donna”, puntualizza. La magistrata mette in guardia le potenziali vittime di compagni e mariti violenti. “Quando si scatena una vicenda del genere e notiamo campanelli di allarme di comportamenti violenti ci si può ritrovare in situazioni assolutamente imprevedibili”. “È molto importante – prosegue- che la persona offesa segua delle norme di prudenza perché soprattutto quando ci sono figli in comune o ci sono state storie affettive particolarmente intense nella persona offesa rimane sempre nella speranza che i rapporti si possano recuperare, che si possa gestire in maniera civile anche quando si hanno dei figli”.
Poi un consiglio che può rivelarsi decisivo. “Quindi una cosa da raccomandare alle persone offese è di non incontrarsi mai da sole in queste persone in luoghi appartati e di avere incontri insieme ad altre persone in luoghi pubblici, proprio perché sono delle reazioni assolutamente imprevedibili”. Anche sul lavoro dei giornalisti, la magistrata indica la via da seguire: “Serve un’informazione ad ampio raggio”. “Tenuto conto che ci sono casi di aggressioni anche ai danni degli avvocati nel corso delle udienze, i giornalisti devono fare capire che non è soltanto il rimedio processuale che tutela la persona offesa, anche la celebrazione di un dibattimento e quando si arriva a giudizio e alle condanne poi questi soggetti escono e riprendono i rapporti con le persone offese”. “Bisogna quindi affrontare il problema sotto mille sfaccettature partendo dall’educazione culturale”. E aggiunge: “Nella nostra società, infatti, c’è ancora tanto da lavorare per garantire la parità di genere”.

