PALERMO – Girolamo Scandariato aveva deciso di investire in agricoltura per produrre biomasse biomasse attraverso la coltivazione della Paulownia.
Gli serviva un terreno e decise di affittarne uno dalla famiglia del senatore Antonino D’Alì. Gli scatti che ritraggono il politico sono confluiti nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere dodici persone. Lo scorso gennaio la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’appello di Palermo che, a settembre del 2016, dichiarò assolto il politico dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per le contestazioni successive al 1994 e prescritti i reati a lui imputati nel periodo antecedente a quella data.
Scandariato è stato condannato a due anni per mafia nel 2000. Reato dichiarato estinto nel 2006. È figlio di Nicolò Scandariato, reggente della famiglia di Calatafimi, condannato con sentenza definitiva. Dopo la condanna, per aggirare i limiti della certificazione antimafia, Girolamo Scadraiato aveva intestato le quote della sua attività al figlio. Ma continuava a occuparsi del business cercando terreni su cui piantare l’albero.
I carabinieri lo hanno filmato mentre faceva un sopralluogo sui fondi del fratello dell’ex senatore di Fi, in contrada Chinea. All’incontro, la mattina del 5 settembre 2014, partecipò lo stesso politico, sotto processo per concorso in associazione mafiosa e in attesa che il tribunale decida sulla applicazione a suo carico della misura della sorveglianza speciale. D’Alì, che non è indagato nell’inchiesta della Dda, è stato ripreso in auto con Scandariato e nel baglio di altri due arrestati, i fratelli Gucciardi. Baglio in cui si sarebbero tenuti, secondo gli inquirenti, diversi summit di mafia e in cui venne scoperto un gps piazzato dai carabinieri. Proprio Scandagliato si occupò della bonifica dei luoghi dopo il ritrovamento.
Adesso la Procura di Palermo potrebbe inserire il resoconto dell’incontro nella richiesta di soggiorno obbligato avanzata dalla per l’esponente politico considerato dai pubblici ministeri “socialmente pericoloso”.
Giacomo, Pietro e Antonio D’alì hanno affidato la loro replica ad una nota: “Con riferimento agli articoli di stampa oggi comparsi in merito all’operazione antimafia nei confronti di presunti fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro ci preme precisare quanto segue: è stato stipulato nell’anno 2014 un contratto d’affitto relativo a terreni di proprietà di nostra madre, Maria Solina ved. D’Alì, poi scomparsa nel 2016, in contrada Chinea del comune di Trapani. La controparte è la società ‘PAULOWNIA SOCIAL PROJECT s.r.l.’ con sede in Roma, nella via Famiano Nardini, iscritta presso la C.C.I.A.A. di Roma, rappresentata in qualità di amministratore unico dal sig. Girolamo Culmone, noto esponente del WWF. La trattativa precedente il contratto si è svolta direttamente con lo stesso e con i legali della società, e senza alcun intermediario, almeno da parte nostra, comportando anche, com’è inevitabile, verifica della idoneità dei terreni sul sito”.

