Saro che vai, pasticcio che trovi. Continuano le mirabolanti imprese mediatiche del governatore Rosario Crocetta da Gela, presidente per grazia delle urne e per disgrazia dei siciliani. L’ultima notizia del disastro – con un sardonico gusto retroattivo – giunge proprio dalla sua città natia. ‘Repubblica’ l’ha raccontata, ‘Dagospia’ ne ha rilanciato il succo con un titolo garbatissimo: “La terra dei cachi”. A corredo: una foto del mitico Saro, immortalato in una posa caratteristica, di quelle posture che uno la guarda e si augura di non incontrarlo mai più, nemmeno come capocondomino.
Il pasticcio, dunque. Scrive ‘Repubblica‘: “A Gela, una delle capitali dell’abusivismo, perfino il Tribunale è stato costruito in maniera illegittima. E il tempio della legalità rischia, per assurdo, di essere abbattuto perché ‘abusivo’. Una vicenda paradossale iniziata ai tempi della giunta Crocetta e finita lunedì scorso con un’ ordinanza shock del Consiglio di giustizia amministrativa, che apre le porte perfino alla possibile demolizione di un edificio inaugurato appena cinque anni fa: il nuovo Tribunale di Gela, appunto. Nel 2007 la giunta comunale guidata allora dal governatore Rosario Crocetta individua un’ area accanto alla raffineria dell’Eni di proprietà delle famiglie Calafiore e Sciascia, molto note in città. Il Comune avvia un primo esproprio, riconoscendo un indennizzo che da subito i privati contestano. Quest’ultimi ricorrono al Tar e vincono in primo e secondo grado perché, si scopre, le procedure di esproprio fatte dall’amministrazione sarebbero illegittime”.
La trama del pasticciaccio si fa incalzante. E si complica. Interviene il Consiglio di giustizia amministrativa – secondo la ricostruzione – e stabilisce un risarcimento, nominando, al contempo, un commissario. Proprio il commissario, attraverso la perizia di un consulente, stima in 7 milioni la cifra da risarcire: 3,5 milioni per il valore del terreno, e altri 3,5 milioni per il danno subito da un’ occupazione ‘illegittima’. Tutto risolto? No, perché i privati insistono. Intervengono ancora i giudici amministrativi che indicano tre strade per sciogliere il nodo: un accordo (improponibile), un nuovo esproprio con soldi che il Comune non ha. Oppure, scrivono i giudici, “il commissario ad acta dovrebbe porre in essere l’attività esecutiva materiale, ossia la demolizione del palazzo di giustizia, in danno delle amministrazioni intimate ma con onore di anticipazione delle spese a carico dei ricorrenti”. In una parola: la ruspa.
Una enormità, resa ancora più enorme dall’incrocio dei simboli. Gela, la capitale dell’abusivismo, in cui pure il tribunale, presidio di legalità, risulterebbe segnato da un vizio. E al centro della scena, c’è sempre lui, Saro, il Rosario dei nostri lamenti.
Lui che ha dimostrato di essere fortissimo nella legalità da declamazione, un po’ meno nelle concrete procedure che dovrebbero garantirla, come perfino la questione del palazzo di giustizia gelese confermerebbe. Lui che non avrebbe dovuto fare macelleria sociale e che ha trasformato la Sicilia in una carnezzeria totale, di sospiri e biografie appese al nulla. Lui, il vate dell’antimafia che si limita al controcanto della retorica. Lui, Rosario Crocetta, il detto e contraddetto vivente di se stesso.
Per ogni cosa che fa, c’è sempre un guaio che viene fuori, per ogni legalità che proclama c’è sempre un particolare che non era stato considerato e che manda tutto in malora. Lui, il paradosso dei paradossi. Presidente legalmente eletto, per grazia delle urne e disgrazia dei siciliani, ma percepito da tutti come un occupante abusivo. Una metafora perfetta, in effetti, il pasticciaccio di Gela. Alla fine resteranno soltanto ruspe e macerie

